“…è instancabile, non si tira mai indietro, sistema ogni cosa con cura. Quando il mutuo sarà estinto, decideremo il da farsi. A cosa servirebbe intestarlo ad Alessandro? È un uomo incostante, e poi sua moglie… oggi c’è, domani chissà. Tu invece hai due figli, sei sola: a te sarà più utile. Te lo trasferirò con una donazione, stai tranquilla. L’importante è che, fino ad allora, continuino a pagare.”
Il giorno prima Giulia Romano aveva cercato di convincersi di aver frainteso. Si era ripetuta che nessuna madre avrebbe potuto ordire un piano simile alle spalle del proprio figlio, né una suocera ai danni di una nuora che l’aveva sempre trattata con rispetto sincero. Ma quella mattina, fissando la schiena indifferente di Alessandro De Santis, curva davanti al computer, ogni tessera del mosaico andò al suo posto.
Chiuse l’app della banca senza effettuare il bonifico. Rimase qualche secondo immobile, poi aprì un’altra applicazione: un portale di prenotazioni.
Dopo dieci minuti rientrò in salotto.
— Alessandro.
— Allora? Hai fatto il trasferimento? — brontolò lui senza voltarsi, gli occhi ancora incollati al monitor.
— No.
Nel gioco qualcosa esplose contro un muro virtuale: lui aveva perso il controllo.
— Cosa significa “no”? C’è un problema tecnico?
— Nessun errore. Ho semplicemente deciso di non pagare.
Questa volta si girò. Sul volto gli si dipinse prima incredulità, poi un’ombra di panico.
— Mi stai prendendo in giro? Giulia, domani è il venticinque!
— Ne sono consapevole. Può saldare la rata tua madre. L’appartamento è intestato a lei. Oppure puoi pensarci tu. O magari Francesca Grassi, visto che, a quanto pare, un giorno sarà lei ad abitarci.
— Ma cosa c’entra Francesca? Sei impazzita? Che stai dicendo?
— C’entra eccome. Ieri ho sentito la conversazione tra tua madre e tua sorella. Il piano è chiaro: quando il mutuo sarà chiuso, l’immobile verrà regalato a Francesca. Perché lei ha figli, mentre tu — cito testualmente — sei “un uomo inaffidabile”.
Alessandro sbiancò, poi il viso gli si chiazzò di rosso.
— Ti sei messa ad ascoltare di nascosto?!
— Sono entrata in casa mia. Ho sentito per caso. Ma non è questo il punto. Il punto è che da oggi non finanzio più il vostro teatrino familiare. Mi tiro fuori.
— Mia madre non può aver detto una cosa del genere! Te lo stai inventando per giustificare la tua avarizia! Fai subito il bonifico!
— No. Domani ho appuntamento dal dentista. E per il fine settimana ho prenotato qualche giorno in una struttura termale. Ho bisogno di pensare e di curare i nervi.
— Sei fuori di testa? Una spa? E il mutuo?
— Non è un mio problema.
Quella sera l’appartamento fu scosso da una lite come non ne avevano mai avute in anni di matrimonio. Alessandro urlava, accusava, parlava di tradimento, sosteneva che lei volesse buttare sua madre in mezzo alla strada — dimenticando che Paola Basile possedeva già un ottimo bilocale tutto suo. Giulia non rispondeva alle provocazioni. Riempiva una valigia con calma, prendendo solo l’essenziale.
— Se esci da quella porta, non rientri più! — gridò lui, seguendola fino all’ingresso.
— Non sei tu a decidere chi entra o chi esce — replicò lei, chiudendo la cerniera. — La casa è di tua madre. Parlatene tra voi.
Passò la notte da un’amica. Dentro provava un misto di amarezza e sollievo. Era doloroso, sì, ma allo stesso tempo leggero: come se avesse finalmente deposto un carico troppo pesante che si ostinava a trascinare in salita.
La mattina successiva non iniziò con il caffè, ma con la suoneria del telefono. Sul display apparve il nome di Paola Basile.
— Giulia! — la voce squillava tagliente come vetro rotto. — Si può sapere che ti è saltato in mente? Alessandro mi ha detto che non hai versato i soldi! La banca ha inviato un avviso di fondi insufficienti! Vuoi rovinarmi la reputazione creditizia?
Giulia allontanò leggermente il cellulare dall’orecchio.
— Buongiorno, Paola. Mi spiega perché dovrebbe essere un mio dovere? L’immobile è suo. Anche il mutuo è a suo nome. Se ne occupi lei.
— Come ti permetti di rispondermi così? Avevamo un accordo! Voi ci vivete, voi pagate!
— L’accordo parlava di costruire una casa per la nostra famiglia. Non di finanziare un futuro regalo per sua figlia Francesca.
Dall’altra parte calò un silenzio denso.
— Tu… come fai a sapere questa cosa? — il tono cambiò, diventando più basso, vischioso.
— Le voci girano. E dopo quattro anni di ingenuità, ogni tanto arriva anche il momento di aprire gli occhi. Sto avviando le pratiche per il divorzio. Quanto al suo appartamento, lo sostenga con le sue risorse: percepisce una pensione e possiede una pelliccia nuova di zecca. Se necessario, la venda: coprirà diverse rate.
— Sei una miserabile! — strillò Paola Basile, perdendo ogni controllo.
