“Non mi sono dimenticata di mandare i soldi a tua madre. Ho scelto di non farlo” dichiarò con fermezza Martina, sfilandosi le scarpe dopo l’ennesima giornata di dieci ore in ufficio

Una scelta egoista, dolorosa e profondamente ingiusta.
Storie

Francesca Fontana sollevò il mento con aria di sfida.

— Michele mi ha raccontato della discussione di ieri. Sono venuta per chiarire alcune questioni — dichiarò, scrutando Martina dalla testa ai piedi.

Martina si sfilò il blazer con calma studiata e lo appoggiò sulla sedia prima di accomodarsi di fronte a lei.

— La ascolto.

— State commettendo un errore enorme — esordì l’ex suocera con tono solenne. — Mio figlio è un professionista di talento. Non può svendere le sue competenze accettando il primo impiego qualsiasi. E lei, come moglie, dovrebbe sostenerlo in un momento delicato.

Martina intrecciò le mani sul tavolo.
— Otto mesi non sono più un “momento delicato”. Sono diventati un modo di vivere.

— Non mi interrompa — ribatté Francesca, serrando le labbra. — Ho cresciuto un uomo brillante, preparato, con grandi prospettive. Merita accanto una donna che sappia riconoscerne il valore, non qualcuno che faccia i conti al centesimo.

Un sorriso incredulo attraversò il volto di Martina.
— Dunque per lei è normale che io lavori da sola, mandi avanti la casa da sola e, di fatto, mantenga tutti?

— Io non ho bisogno di essere mantenuta! — scattò l’altra, offesa.

— Davvero? Allora come chiamiamo il bonifico mensile? — Martina prese il telefono e aprì l’app bancaria. — Vuole vedere i numeri? In otto mesi sono centoventimila euro. E Michele, nel frattempo, non ha guadagnato un centesimo.

Francesca arrossì.
— È il dovere di un figlio aiutare la propria madre. Lei questo non lo capisce, avete priorità diverse.

— La mia priorità è una famiglia in cui entrambi si assumono responsabilità — replicò Martina alzandosi in piedi. — Non il modello che lei continua a imporgli.

— Quale modello? — anche Francesca si alzò di scatto.

— Quello dell’uomo eternamente figlio. Prima accudito dalla madre, poi servito dalla moglie. E in entrambi i casi, le donne dovrebbero tacere.

— Come osa parlare così!

— Oso perché sono stanca di questa farsa — la voce di Martina rimase ferma, ma vibrava di tensione. — Michele ha quarant’anni, non quindici. Eppure si comporta come un adolescente viziato. E lei lo giustifica.

— Io proteggo mio figlio da una… da una…

— Da una moglie interessata al denaro? Lo dica pure — la provocò Martina con un sorriso sottile. — Oggi mi hanno promosso. Guadagnerò abbastanza da vivere bene anche da sola. Senza un marito da mantenere e senza una suocera convinta che sia normale.

Francesca sbiancò.
— Sta forse minacciando il divorzio?

— Non minaccio. Constato un fatto: se Michele non cambia, presenterò io la domanda di separazione. E, mi creda, per me sarà più semplice di quanto pensa.

Per qualche secondo regnò il silenzio. Poi Francesca afferrò la borsa e si avviò verso l’uscita. Sulla soglia si voltò.

— Se lo pentirà. Un uomo come mio figlio non lo troverà più.

— È proprio quello che spero — mormorò Martina chiudendo la porta alle sue spalle.

I giorni successivi trascorsero in un silenzio irreale. Michele non telefonò, non mandò messaggi, non rientrò a casa. Martina si immerse nel lavoro, concentrandosi sui nuovi compiti e cercando di lasciare fuori dall’ufficio le crepe della sua vita privata.

Venerdì sera il campanello suonò all’improvviso. Davanti alla porta c’era Michele, con un piccolo borsone in mano e l’aria stanca.

— Posso entrare? — chiese a bassa voce.

— Certo. È casa tua — rispose lei, spostandosi di lato.

Si sedettero in soggiorno. Lui sembrava provato, le spalle curve, lo sguardo meno sicuro del solito.

— Ho riflettuto molto in questi giorni — iniziò. — E devo ammettere che avevi ragione su parecchie cose. Sono rimasto senza lavoro troppo a lungo.

Martina non lo interruppe.

— Mamma insisteva che dovevo aspettare l’offerta perfetta. Ma forse l’offerta perfetta non esiste. E mentre io aspettavo, tu ti caricavi tutto sulle spalle.

— Mi fa piacere che tu l’abbia capito — disse lei con un cenno del capo. — Qual è il prossimo passo?

— Ho inviato diverse candidature. Non sono posizioni da direttore, ma stipendi dignitosi. Per lunedì ho già fissato due colloqui.

— È un inizio.

Michele esitò un attimo.
— E ho parlato anche con mamma. Le ho detto che finché non tornerò a guadagnare, non ci saranno più bonifici. Si è offesa, ma dovrà farsene una ragione.

Martina lo fissò sorpresa. Non era da lui contraddirla apertamente.

— E il famoso “dovere del figlio verso la madre”?

— Esiste. Ma non può gravare sulle spalle della moglie. Avevi ragione: mamma sta bene economicamente. Sono io che mi sono abituato a scaricare su di te ogni responsabilità.

Martina inspirò profondamente.
— Anche io ho una notizia. Mi hanno nominata senior project manager.

Gli occhi di Michele si illuminarono.
— Davvero? È fantastico! Te lo meriti.

— Non significa che tornerò a fare tutto da sola — lo avvertì lei con fermezza. — Voglio un compagno, non una persona a carico.

— Lo so. Dammi la possibilità di dimostrarti che posso essere diverso.

Martina lo osservò a lungo, cercando nei suoi gesti e nel tono della voce un segno di sincerità.

— Va bene. Un mese di tempo. Trova un lavoro. E fino ad allora, niente soldi a tua madre. Dobbiamo prima rimettere in equilibrio noi.

— D’accordo — rispose lui, porgendole la mano. — Tregua?

Martina la strinse, senza sorridere.
— Le azioni contano più delle promesse.

Lunedì Michele si presentò davvero ai colloqui. Il primo andò male: cercavano competenze differenti dalle sue. Il secondo, invece, sembrava offrire prospettive decisamente più promettenti.

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Amore o Soldi