La compravendita si concluse senza intoppi. Nel giro di quindici giorni, Silvia Fontana stringeva tra le dita il mazzo di chiavi del suo nuovo appartamento. Entrò per la prima volta da proprietaria e rimase qualche istante immobile, poi cominciò a camminare da una stanza all’altra, immaginando il futuro: il divano contro la parete più luminosa, le piastrelle chiare in bagno, un grande specchio all’ingresso per ampliare lo spazio.
Andrea Longo la osservava con un sorriso indulgente, mentre con il metro prendeva le misure delle pareti, segnando numeri su un foglio stropicciato.
— Dovremmo chiamare i miei e ringraziarli di nuovo — disse Silvia sedendosi sul davanzale. — Senza il loro aiuto avremmo continuato a mettere da parte soldi per altri dieci anni.
— Certo. E forse è il caso di avvisare anche mia madre — aggiunse Andrea, già con il telefono in mano.
Silvia lo fissò con sospetto. — Per quale motivo?
— È pur sempre mia madre. Voglio condividere con lei una cosa così importante.
Lei stava per obiettare, ma si trattenne. Andrea aveva già avviato la chiamata.
— Ciao, mamma! Abbiamo una novità… Abbiamo comprato casa. Tre stanze, in centro, ottanta metri quadri… Sì, è una costruzione recente… No, l’abbiamo intestata a Silvia, i suoi hanno coperto quasi tutta la cifra… Sì, capisco… È andata così…
Silvia ascoltava solo la voce del marito, ma bastava quella per farle salire un’inquietudine crescente. Roberta Sala non era una donna semplice: interveniva su ogni decisione, dispensava consigli non richiesti e pretendeva una riconoscenza perpetua dal figlio. Mantenere le distanze era sempre stato complicato.
Andrea chiuse la telefonata con un sospiro. — Vuole vedere l’appartamento. Le ho detto di passare la prossima settimana.
— Che entusiasmo… — rispose Silvia, asciutta.
I giorni successivi volarono. Ordinarono i mobili, accordandosi con una piccola impresa per qualche modifica: abbattere una parete leggera, sistemare gli impianti. Nel frattempo arrivarono un frigorifero nuovo di zecca e un tavolino con due sedie pieghevoli. Venerdì sera Andrea le ricordò l’imminente visita.
— Ti prego, cerca di essere cordiale — disse con tono conciliante. — So che tra voi non è facile, ma resta sempre mia madre.
— Io sono sempre educata — replicò Silvia, irrigidendosi.
Il sabato mattina il campanello trillò con insistenza. Silvia aprì la porta e rimase interdetta. Sulla soglia c’era Roberta Sala con due borsoni enormi in mano e un terzo appoggiato ai piedi.
— Buongiorno, cara — disse con un sorriso tirato. — Mi dai una mano con le valigie?
Silvia prese automaticamente una delle borse e si fece da parte. L’altra entrò con passo deciso, scrutando l’appartamento come un ispettore.
— Mh… carino. Anche se avrei organizzato diversamente gli spazi. Ma si può sistemare.
Andrea uscì dal bagno asciugandosi le mani con un asciugamano. — Ciao, mamma! Tutto bene il viaggio?
— Benissimo, tesoro. Ho portato alcune cose.
— Quali cose? — domandò Silvia, lasciando cadere il borsone accanto al muro.
Roberta raddrizzò le spalle, incrociò le braccia e la fissò senza esitazione.
— Mio figlio mi ha detto che avete acquistato un trilocale in centro. Ebbene, da oggi in questo appartamento vivrò io.
Silvia sbatté le palpebre più volte, convinta di aver capito male.
— Come, scusi?
— Mi trasferisco qui. Tra sei mesi Matteo si sposa, e il mio appartamento andrà a lui e alla sua futura moglie. Io ho bisogno di un posto dove stare. Questo è spazioso, in pieno centro, perfetto per me.
Il sangue le salì alle guance in un istante. Per un attimo temette di perdere il controllo, tanto fu lo sforzo per trattenere la rabbia che le stava montando dentro.
