“Arianna sorrideva” e Ludovico, riconoscendola nella fotografia stretta dal bambino accovacciato sulla tomba, resta senza fiato

Un presagio ingiusto e doloroso scuote ogni certezza.
Storie

«Arianna è morta,» mormorò Ludovico, e la durezza che incrinava la sua voce tradiva più smarrimento che collera.

Nicolò non arretrò di un passo.
«Veniva da me.»

Quelle tre parole rimasero sospese nell’aria umida del cimitero.

«Da te… dove?» insistette Ludovico, sentendo un’inquietudine farsi strada sotto la pelle.

«All’orfanotrofio.»

Il termine gli arrivò addosso come uno schianto improvviso. In tutti gli anni trascorsi accanto ad Arianna, quella realtà non era mai affiorata. Nessun accenno a volontariato, nessun riferimento a bambini senza famiglia, nessuna traccia di un impegno segreto. O forse sì — forse lei aveva tentato di parlargliene, con delicatezza — e lui, assorbito dai propri impegni, non aveva saputo ascoltare davvero.

Nicolò tremava vistosamente; le mani, screpolate dal freddo, erano arrossate. Senza riflettere, Ludovico si sfilò il cappotto e glielo posò sulle spalle. Il ragazzo s’irrigidì a quel contatto, come se non fosse abituato a gesti di premura, come se ogni forma di calore potesse trasformarsi in una minaccia.

«Da quanto sei qui fuori?» domandò Ludovico con tono meno severo.

Il ragazzo sollevò appena le spalle.
«Non saprei.»

In quella risposta vaga, Ludovico comprese che il mistero non era un dettaglio marginale: era qualcosa di vasto, di radicato. Arianna aveva custodito una parte della sua vita lontano da lui — e ora quel frammento dimenticato tremava davanti alla sua tomba.

Il tragitto in auto si svolse in silenzio, ma non fu un silenzio pacifico. Dallo specchietto retrovisore, Ludovico osservava continuamente il sedile posteriore. Nicolò se ne stava raggomitolato, inghiottito dal cappotto troppo grande, scosso da brividi che non sembravano dipendere soltanto dal freddo.

«Come hai fatto ad arrivare fin lì?» chiese infine.

«A piedi.»

«Partendo da dove?»

«Dalla Casa San Benito.»

La mascella di Ludovico si contrasse.
«E come sapevi che Arianna era sepolta in quel cimitero?»

Nicolò strinse al petto la fotografia.
«Una volta l’ho seguita. L’ho vista entrare. Più tardi ho letto il suo nome inciso sulla pietra.»

Ludovico parcheggiò davanti a un albergo sobrio, lontano da sguardi indiscreti. Non poteva condurre uno sconosciuto nella propria casa, non prima di capire chi fosse davvero. Nella stanza, Nicolò si sistemò sul bordo di una poltrona, occupando lo spazio minimo indispensabile, come chi ha imparato a non dare fastidio. Non chiese cibo, né acqua. Rimase in silenzio, con l’aria di chi attende soltanto che qualcuno gli indichi l’uscita.

Ludovico lo studiò a lungo. Poi disse: «Domani andremo alla Casa San Benito. Voglio sapere tutto. Su di te… e su Arianna.»

Nicolò fece cenno di sì, serrando la fotografia come fosse un’àncora.

All’alba si ritrovarono davanti al cancello arrugginito dell’istituto. I mattoni dell’edificio erano scrostati, le altalene immobili nel cortile parevano stanche, e il giardino dava l’impressione di essere stato dimenticato.

Una suora uscì di corsa e afferrò Nicolò per le spalle, il volto attraversato da un sollievo evidente.
«Nicolò, sia lodato il cielo! Dove ti eri cacciato?»

Il ragazzo lanciò un’occhiata a Ludovico, come se attendesse un tacito consenso.

«Mi chiamo Ludovico Fiorentino,» intervenne lui. «Vorrei parlare con chi dirige la struttura.»

Li accompagnarono in un ufficio angusto che odorava di carta invecchiata e di umidità. Dietro una scrivania segnata dal tempo sedeva una donna dai capelli argentati, lo sguardo vigile ma consumato dalla stanchezza.

Non mostrò alcuna sorpresa.

«Signor Fiorentino,» disse con calma misurata. «Mi domandavo quando si sarebbe fatto vivo.»

Ludovico corrugò la fronte, sentendo che ciò che stava per ascoltare avrebbe cambiato per sempre il ricordo di sua moglie.

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Amore o Soldi