“Arianna sorrideva” e Ludovico, riconoscendola nella fotografia stretta dal bambino accovacciato sulla tomba, resta senza fiato

Un presagio ingiusto e doloroso scuote ogni certezza.
Storie

Quella mattina aveva qualcosa di stonato, e Ludovico Fiorentino lo percepì fin dal momento in cui oltrepassò il grande cancello in ferro battuto del Pantheon di San Rafael, a sud di Città del Messico. L’aria era più fredda del normale, tagliente. Il cimitero, di solito semplice oasi di silenzio nel frastuono urbano, sembrava immobile, come se stesse trattenendo il fiato. I cipressi agitavano le cime contro un cielo lattiginoso, la ghiaia bagnata attutiva i passi, e nell’odore umido del mattino aleggiava una sensazione inspiegabile, quasi un presagio.

Ludovico avanzava con l’abituale compostezza: cappotto scuro impeccabile, mani affondate nelle tasche, lineamenti chiusi in un’espressione indecifrabile. Da cinque anni ripeteva lo stesso rituale con precisione quasi militare: arrivare, sostare davanti alla lapide candida, accendere una candela, andarsene senza pronunciare una parola.

Arianna De Santis era morta da mezzo decennio. Da allora, lui aveva incanalato il dolore in un’abitudine. Niente lacrime, nessun ricordo condiviso. Il suo nome era diventato come un livido che si evita di sfiorare: non perché non faccia male, ma proprio perché il dolore conferma che esiste.

Quella mattina, però, non riuscì nemmeno a raggiungere la tomba.

Sul marmo bianco era rannicchiata una figura esile. Un bambino. Avvolto in una coperta lisa e sporca, tremava così forte che le spalle sussultavano al ritmo del vento. Era scalzo. Le labbra screpolate. E tra le braccia stringeva, come fosse l’unica cosa capace di tenerlo a galla, una fotografia consumata dal tempo.

Quando Ludovico riconobbe il volto nell’immagine, il cuore gli mancò un colpo.

Arianna sorrideva. Era inginocchiata, le braccia attorno a quel medesimo bambino che ora dormiva sulla sua tomba.

Per alcuni istanti la mente di Ludovico rifiutò di collegare ciò che vedeva con ciò che sapeva. Lo sguardo scivolò dalla foto all’iscrizione incisa nella pietra: ARIANNA DE SANTIS — 1987–2020. Stesso nome. Stessa data. Stesso luogo. E un bambino che, nella sua versione della storia, non avrebbe dovuto esistere.

Fece un passo. La ghiaia scricchiolò sotto la suola.

Gli occhi del piccolo si aprirono lentamente. Scuri, cerchiati, segnati da una stanchezza che non apparteneva alla sua età. Non indietreggiò. Si limitò a stringere più forte la fotografia e mormorò, con voce quasi impercettibile:

«Scusa, mamma…»

Dentro Ludovico qualcosa si bloccò.

«Che cosa hai detto?» domandò, rigido.

Il bambino deglutì, le labbra che tremavano per il freddo o per la paura.

«Scusa, mamma. Non volevo addormentarmi qui.»

Ludovico si abbassò lentamente, come se un gesto brusco potesse frantumare quell’equilibrio precario.

«Hai sbagliato tomba», disse, sforzandosi di mantenere un tono controllato.

Il bambino non protestò. Con un filo di voce pronunciò il proprio nome, come fosse un peso.

«Nicolò Lombardi.»

Ludovico tese la mano verso la fotografia. Nicolò esitò solo un istante, poi gliela consegnò. L’uomo fissò l’immagine: il sorriso più luminoso di Arianna, quello che negli ultimi tempi compariva sempre più di rado. Le sue braccia avvolgevano il bambino con una naturalezza che parlava di casa, di protezione, di appartenenza.

«Dove l’hai presa?» chiese, questa volta senza nascondere l’urgenza.

Nicolò sostenne il suo sguardo con una fermezza sorprendente, quasi scomoda.

«Me l’ha data lei.»

Le dita di Ludovico si irrigidirono attorno alla fotografia. Sentì il sangue ronzargli nelle orecchie.

«Arianna…» lasciò cadere il nome tra loro, come se pronunciarlo potesse cambiare per sempre ogni cosa.

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Amore o Soldi