“Davide, non sapevo avessi un debole per le donne formose.” disse Roberto Ferrara fischiando, lasciando Alessia a sorridere ignara

Quella presenza invadente era moralmente intollerabile.
Storie

Lui inclinò la testa, sempre con quell’aria finto innocente.

— Ma dai, non fare la difficile. Si stanno buttando tutti. O hai paura che la piscina non regga il peso?

Qualcuno soffocò una risata. Un paio di persone abbassarono lo sguardo fingendo di non aver sentito. Federica irrigidì le spalle.

Io non gli concessi neppure uno sguardo. Mi voltai verso Federica e ripresi il discorso esattamente dal punto in cui l’avevamo lasciato, come se fosse aria. Speravo che, ignorandolo, si sarebbe stancato. Di solito funzionava così: battuta velenosa, mio silenzio, fine della serata, ritorno a casa.

Ma quella sera non se ne andò.

Rimase dietro il mio lettino. Sentivo la sua presenza, l’ombra addosso. Mi alzai per spostarmi, per allontanarmi dal bordo piscina e da lui.

E fu allora che urlò, abbastanza forte da coprire la musica:

— Muoviti, cicciona! Buttati!

Non ebbi neppure il tempo di reagire. Due mani spinsero con forza tra le scapole.

Il vuoto.

Poi l’acqua.

L’impatto mi attraversò il corpo come uno schiaffo. Il cloro mi invase il naso e la gola. La tunica si inzuppò all’istante, trascinandomi verso il basso. Riemersi annaspando e mi aggrappai al bordo. Nelle orecchie un ronzio sordo. Alzai lo sguardo.

Roberto Ferrara era lì sopra, che rideva. Le braccia aperte in un gesto teatrale.

— Ma dai, era uno scherzo!

Diciotto persone osservavano la scena. Alcuni sorridevano imbarazzati, altri tacevano. Davide Sala stava correndo verso di me dalla zona del barbecue. Claudia Fontana era immobile, pallida.

Mi tirai fuori da sola. L’acqua colava ovunque. Il tessuto bagnato aderiva al corpo, i capelli incollati alla fronte. Sentii il peso del telefono nella tasca: morto. Ottantamila euro trasformati in un pezzo di plastica fradicio.

Presi un asciugamano dal lettino più vicino. Mi tamponai il viso. Non tremavo. Me ne accorsi con sorpresa.

— Roberto — dissi, con una calma che non sapevo di avere — mi hai appena spinta in piscina contro la mia volontà. Hai danneggiato il mio telefono. Vale ottantamila euro. Voglio il bonifico entro domani.

Per un istante smise di sorridere. Solo un istante.

Poi tornò la smorfia.

— Alessia, non fare tragedie. Compratene un altro.

— Bonifico entro domani — ripetei. — Altrimenti denuncio. Non è una battuta. È un’aggressione.

Il silenzio cadde sul giardino. Perfino la musica sembrò abbassarsi.

Davide mi raggiunse. Era bagnato anche lui: si era buttato per aiutarmi, ma ero già uscita.

— Andiamo — disse soltanto.

Per la prima volta in sette anni non aggiunse: “Non voleva farlo”.

In macchina mi sedetti sopra un asciugamano. Dal sedile gocciolava acqua. Ero fradicia, furiosa e stranamente lucida. Non una rabbia esplosiva. Una rabbia fredda, limpida come l’aria d’inverno.

Roberto non pagò. Né il giorno dopo, né tre giorni più tardi, né la settimana successiva. Scrisse invece a Davide: “Dì a tua moglie di smetterla con le scenate. È uno scherzo. E dovrebbe ringraziare che la sopporto ai nostri incontri”.

Davide mi mostrò il messaggio senza dire una parola.

Lo lessi.

E qualcosa dentro di me si spostò definitivamente. Non si spezzò. Si assestò. Come un interruttore che scatta nella posizione giusta.

Una settimana dopo organizzammo una cena a casa. In parte conviviale, in parte strategica. Io avevo invitato due potenziali partner interessati alla mia franchigia. Davide alcuni colleghi. Roberto si autoinvitò. Telefonò a Davide: “Ho saputo della rimpatriata. Passo anch’io con Claudia”. Davide chiese a me. Risposi di sì.

Dodici persone attorno al nostro tavolo lungo. Il nostro salotto, la nostra casa. Avevo cucinato per due giorni interi. Non per impressionare Roberto, ma perché tra gli ospiti c’erano Bruno Gallo e Vittoria De Santis, proprietari di una catena di caffetterie a Torino interessati alla mia proposta. Era una serata importante. Davvero importante.

Roberto arrivò con la sua solita camicia impeccabile, una bottiglia da duemila euro e Claudia al braccio. Abbracciò Davide, mi salutò con un cenno. Per la prima ora si comportò in modo quasi civile: racconti di vacanze in Turchia, complimenti al cibo, risate misurate. Pensai perfino che l’episodio della piscina gli avesse insegnato qualcosa.

Mi sbagliavo.

Al momento del dessert — tartellette con crema ai frutti di bosco, fatte a mano — si appoggiò allo schienale con il calice di rosso in mano. Gli occhi lucidi.

— Alessia non è solo una cuoca eccezionale — disse rivolgendosi a Bruno Gallo — è anche una campionessa a tavola. Davide, vuoi dire tu quante porzioni riesce a mangiare?

Bruno sollevò un sopracciglio. Vittoria posò la forchetta.

Io ero seduta all’altra estremità del tavolo. Davanti a me una tartelletta identica alle altre. Quattro ore ai fornelli quella mattina. Due giorni di preparazione. Partner strategici. La mia casa. Il mio lavoro.

E lui, di nuovo.

Dentro di me calò un silenzio assoluto. Non rabbia. Non umiliazione. Silenzio. Quello che precede una decisione irrevocabile.

Mi alzai con calma. Presi il telefono nuovo — ottantamila euro usciti dal mio conto, perché il bonifico non era mai arrivato.

— Giada, —

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Amore o Soldi