“Davide, non sapevo avessi un debole per le donne formose.” disse Roberto Ferrara fischiando, lasciando Alessia a sorridere ignara

Quella presenza invadente era moralmente intollerabile.
Storie

Il ristorante che Roberto aveva affittato per festeggiare era elegante senza essere eccessivo: un unico tavolo lunghissimo coperto da tovaglie candide, candele basse, un trio jazz che suonava in sottofondo. Claudia Fontana indossava un abito nuovo color petrolio e, come sempre, occupava il suo spazio con discrezione. Roberto, invece, dominava la scena. Abbronzatura perfetta, sorriso smagliante, una camicia che — avevo sentito dire — costava più di trenta mila euro. Accoglieva gli invitati come un attore sul palco: abbracci agli uomini, baciamano teatrali alle donne, pacche sulle spalle. Affascinante, sì. Se lo si osservava da lontano.

Appoggiai la scatola su un tavolino laterale e sollevai il coperchio. La torta catturò immediatamente la luce: fili sottili di caramello intrecciati a mano brillavano sotto le lampade. Alcuni ospiti si avvicinarono quasi in processione, telefoni già pronti.

— Chi l’ha preparata? — domandò una signora con un vestito color bordeaux.

— Io — risposi.

— Di mestiere fai la pasticcera?

— Sì.

Roberto si avvicinò con il suo solito mezzo sorriso. Studiò il dolce, poi me.

— Alessia, la torta è davvero scenografica — disse. — Però magari tutta questa crema potevi risparmiarla su di te, no? — scoppiò a ridere e si voltò verso gli altri. — Lei con i dolci ha un rapporto… profondo. Si vede, vero?

Mi diede una pacca sulla spalla, come si fa con un complice.

Rimasi lì, accanto a quattro chili di lavoro, mentre una ventina di persone fissava alternativamente me e il dolce. Qualcuno distolse lo sguardo. Qualcun altro accennò un sorriso imbarazzato. Claudia si concentrò con ostinazione sul calice che aveva in mano.

Non fu rabbia. Fu qualcosa di più nitido. Come il clic secco di una serratura che scatta.

— Roberto — dissi con voce calma — questa torta vale dodicimila euro. Ci ho lavorato sei ore. Hai appena preso in giro la persona che ti ha portato un regalo fatto a mano. Perciò la porto via.

Richiusi il coperchio.

Nel silenzio si sentiva perfino un rubinetto gocciolare in cucina.

— Ma fai sul serio? — chiese lui, incredulo.

— Assolutamente sì.

Sollevai la scatola. Quattro chili. Le braccia ferme, senza tremare. Mi voltai e attraversai la sala.

Davide mi raggiunse nel parcheggio.

— Alessia, aspetta.

— Ti aspetto in macchina.

— Non voleva offenderti. Lui è fatto così, dice le cose per scherzo…

Posai la scatola sul cofano.

— Davide, sono sette anni che “scherza”. Ogni volta, davanti a tutti. Io non ho più voglia di fingere che sia normale. Andiamo.

Ce ne andammo. Il mattino seguente riportai la torta in laboratorio: la vendemmo in meno di un’ora.

Durante il viaggio Davide rimase in silenzio. A casa disse solo:

— Si è offeso.

— Anch’io — risposi.

Quella sera rimasi seduta in cucina da sola. Fuori, la strada era quieta. Sorseggiavo tè e riflettevo: dodicimila euro non sono una fortuna, sei ore non cambiano una vita. Ma venti persone che ti vedono riprenderti il tuo regalo dopo un’umiliazione pubblica… quello sì, era nuovo. Non sapevo se avessi fatto bene. Però tenevo la schiena dritta. E per il momento bastava.

Due settimane dopo, Roberto chiamò come se nulla fosse accaduto. Invitava a una festa nella sua casa fuori città, con piscina. «Stavolta niente torte, mi raccomando», aggiunse ridendo.

Non volevo andarci. Lo dissi chiaramente a Davide. Lui annuì. Poi, un paio di giorni dopo, tornò sull’argomento.

— Ci saranno Simone Rinaldi e Federica Serra. E anche Luca Amato. Non li vediamo da una vita. Non ti sto chiedendo di fare pace con Roberto. Vieni per me.

Per lui. Otto anni di “per lui”. Ogni compleanno, ogni weekend condiviso, ogni festa inutile. Se facevo il conto, in sette anni avevamo incontrato Roberto una sessantina di volte. Otto, dieci occasioni all’anno. E non ce n’era stata una senza una battuta sul mio peso, su quello che mangiavo, su come mi vestivo.

Sessanta incontri. Sessanta frecciate. Io sorridevo, cambiavo stanza, tacevo. E poi Davide concludeva sempre: «Non lo fa con cattiveria».

Alla fine accettai.

La villa di Roberto era impeccabile: giardino curato, piscina illuminata, zona barbecue attrezzata come un ristorante. Tutto parlava di successo esibito. Lettini bianchi allineati, casse che diffondevano musica, luci azzurre nell’acqua. Diciotto invitati. Metà li conoscevo, metà no.

Indossai un costume intero e una tunica leggera sopra. Porto la cinquanta-due, sì, sono una donna robusta. Lo so ogni mattina quando mi vesto, quando entro nei miei cinque laboratori, quando firmo gli stipendi di trentadue dipendenti. Il mio corpo è affare mio. Non suo.

La prima ora trascorse senza scosse. Roberto era impegnato alla griglia e a intrattenere i nuovi arrivati. Io sorseggiavo limonata su un lettino, parlando con Federica. Le volevo bene. Anche lei aveva qualche chilo in più e anche lei era stata bersaglio delle sue battute, sebbene più di rado: si vedevano solo un paio di volte l’anno.

Poi Roberto si avvicinò. Bicchiere in mano, sorriso perfetto, pelle dorata dal sole.

— Alessia, come mai non fai un tuffo? L’acqua è caldissima.

— Preferisco di no — risposi.

Lui inclinò la testa, sempre sorridendo, e fece un passo più vicino.

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Amore o Soldi