Riccardo Fontana non mostrava il minimo smarrimento. Al contrario, quando mi vide avvicinarmi, fece un passo indietro e inclinò il capo con rispetto.
«Signora Presidente», mormorò, con un tono abbastanza chiaro da essere udito dalle prime file.
Mi posizionai davanti al microfono. «Buonasera. Per chi ancora non mi conoscesse, sono Silvia Parisi.»
In fondo alla sala scorsi Alessandro Martini e Federica Ferrara immobili accanto al bancone del catering. I loro volti erano diventati cerei, irrigiditi da un terrore che non riuscivano a mascherare.
«Pochi minuti fa», proseguii con voce ferma, «mio marito mi ha presentata al vostro amministratore delegato come la babysitter. Subito dopo, sua sorella mi ha rovesciato addosso del vino, convinta che fossi una domestica.»
Un mormorio incredulo attraversò la platea, seguito da esclamazioni soffocate.
«Credo sia opportuno chiarire un punto: non lavoro per Alessandro Martini. E non rispondo a un uomo disposto a rinnegare la propria famiglia pur di alimentare il proprio ego.»
Lasciai che il silenzio si facesse denso prima di affondare il colpo.
«Sono la proprietaria di Zenith Group. L’investitore che ha impedito a questa azienda di dichiarare fallimento. E sono io a stabilire chi resta e chi viene escluso dal libro paga.»
La sala esplose in un brusio agitato. Alessandro impallidì visibilmente; per un istante temetti potesse crollare a terra.
Non gli concessi tregua.
«Alessandro Martini, con effetto immediato sei sollevato dal tuo incarico. Nel mio team dirigenziale non c’è spazio per chi è privo di integrità.»
Lui reagì urlando: «È tutto falso! È fuori di testa!», tentando di salire sul palco. Due addetti alla sicurezza gli sbarrarono la strada e lo bloccarono prima che potesse avvicinarsi.
«E per quanto riguarda te, Federica», aggiunsi voltandomi verso di lei, «l’auto aziendale che utilizzi rientra nel pacchetto retributivo di tuo fratello. Da questo momento non ne hai più diritto. Ti consiglio di organizzarti diversamente per rientrare a casa.»
Le guardie trascinarono Alessandro fuori dalla sala tra proteste e imprecazioni, mentre Federica li seguiva singhiozzando. Io scesi con calma dal palco e mi diressi verso l’uscita: avevo bisogno di aria, di distanza, di silenzio.
Nel parcheggio, Alessandro riuscì a divincolarsi e mi corse incontro. Nei suoi occhi c’era disperazione.
«Silvia, ti supplico! Era solo una battuta. Ero sotto pressione, volevo fare colpo sul consiglio di amministrazione», balbettò con la voce spezzata.
«Fare colpo umiliando me?» replicai mentre l’autista apriva la portiera del SUV. «Hai scelto di rimpicciolire tua moglie per sentirti più grande.»
Federica si avvicinò, tra le lacrime, biascicando che aveva bevuto troppo e che non intendeva davvero ferirmi. La osservai senza alcuna emozione. Per anni avevo coperto i suoi debiti, saldato le sue carte di credito, evitato scandali. E lei non aveva perso occasione per trattarmi con disprezzo.
Aprii la borsa e ne estrassi una busta bianca, spessa, sigillata. L’avevo preparata settimane prima, quando avevo iniziato a sospettare che prima o poi sarebbe arrivato questo momento.
La tenni tra le dita per un secondo, poi gliela porsi senza esitazione. «Tienila. Dentro troverai tutto ciò che ti serve per capire perché questa è l’ultima volta che mi vedi come tua moglie.»
