«Non è mia moglie. È la tata.»
Quando Alessandro Martini lasciò cadere quella frase davanti all’amministratore delegato della sua stessa azienda, ebbi la netta sensazione che l’ossigeno fosse stato risucchiato via dalla sala. Non pronunciò il mio nome, non fece alcun cenno ai sette anni di matrimonio che ci univano: in pochi secondi mi aveva cancellata dalla sua vita pubblica, come se non fossi mai esistita.
Qualche ora prima, nella nostra villa di Palm Beach, stavo sistemando sulle spalle un abito di seta color avorio. La luce calda della camera da letto faceva brillare il tessuto mentre ne controllavo la linea davanti allo specchio. Alessandro entrò senza bussare, con quell’aria sicura di sé tipica di chi è convinto che il proprio successo sia il centro dell’universo.
«Hai davvero intenzione di presentarti così al gala?» domandò, infilando con gesto studiato i gemelli d’oro ai polsini.
«A me sembra raffinato. Ha uno stile classico, non passa mai di moda», risposi, lisciando la seta lungo i fianchi.

«Non è una cena qualunque, Silvia», ribatté con un mezzo sorriso. «È l’evento annuale del Gruppo Zenith. Stasera ci saranno persone che contano sul serio.»
Mi limitai a sorridere. Ero abituata a essere trattata come un complemento d’arredo elegante, qualcosa da esibire ma non da ascoltare. Alessandro ignorava completamente che la vita lussuosa che ostentava non era sostenuta dal suo stipendio da vicepresidente, bensì da capitali che avevo investito con discrezione.
Mio nonno mi aveva lasciato un patrimonio considerevole. Invece di sperperarlo, avevo scelto di farlo fruttare, rilevando in silenzio aziende in difficoltà. Tra queste c’era proprio lo Zenith Group, che sei mesi prima avevo salvato attraverso un fondo privato, diventandone la proprietaria occulta. Alessandro, nel frattempo, consumava le giornate sognando un posto nel consiglio di amministrazione e cercando di impressionare il direttore ad interim, Riccardo Fontana.
«Si dice che il proprietario misterioso potrebbe farsi vedere stasera», commentò Alessandro mentre salivamo in auto. «Cerca di non parlare troppo, d’accordo? Devo fare colpo sul consiglio.»
Il gala si teneva in un hotel esclusivo affacciato sulla costa. Lampadari di cristallo scintillavano sopra teste ingioiellate, e nell’aria aleggiava un miscuglio di profumi costosi. Alessandro distribuiva strette di mano e sorrisi smaglianti, finché non mi guidò verso l’area riservata dove si trovava Riccardo Fontana.
«Martini, che piacere rivederti», disse Riccardo con tono cordiale, stringendogli la mano. Poi si voltò verso di me con autentico rispetto. «E finalmente conosco anche tua moglie.»
Vidi Alessandro irrigidirsi. Un’ombra di imbarazzo gli attraversò lo sguardo: l’idea che una consorte considerata da lui “ordinaria” potesse offuscare l’immagine sofisticata che voleva proiettare lo metteva in crisi.
«Oh, no, dev’esserci un equivoco», farfugliò con una risatina stridula. «Lei non è mia moglie.»
Il sangue iniziò a pulsarmi nelle tempie mentre lo fissavo, incredula.
«Questa è Silvia».
