Giulia Leone scorse la suocera prima ancora che questa si accorgesse di lei. Roberta Mariani era piazzata accanto all’ingresso della sala ricevimenti, intenta a sistemarsi la pesante collana d’oro sul petto, mentre passava in rassegna gli invitati con uno sguardo tagliente, come se ne stimasse il valore dal taglio dell’abito. Giulia rallentò il passo sulla soglia. Conosceva bene quell’espressione: fredda, calcolatrice, identica a quella di chi valuta un oggetto dietro il banco di un banco dei pegni. Indossava un vestito blu scuro, semplice, privo di paillettes o ricami. Lo stesso che metteva da tre anni a ogni occasione importante.
La suocera la notò soltanto quando ormai le era davanti. Un fremito le attraversò il volto.
— Oh, Giulia… temo che qui non ci sia posto per te — annunciò ad alta voce, abbastanza forte da farsi sentire in tutta la sala, con un finto stupore teatrale. — Cara, forse hai sbagliato porta. Questa è una cena di lavoro, un ricevimento per persone di un certo livello. Il tuo ambiente è più una tavola calda vicino alla stazione. Non mettere in imbarazzo mio figlio davanti ai suoi superiori, sii ragionevole.
Giulia rimase in silenzio. Numerosi sguardi si voltarono verso di lei. Qualcuno sogghignò, altri distolsero gli occhi con evidente disagio. A uno dei lunghi tavoli apparecchiati con calici lucenti e vassoi di antipasti sedeva Luca Longo. Si aggiustò l’orologio costoso al polso e fissò la moglie come se fosse una sconosciuta capitata lì per errore.
— Giulia, mia madre ha ragione. Qui sei fuori posto, capisci? Torna a casa. Passerò io più tardi.

Non si alzò. Non fece un passo verso di lei. Con un gesto sbrigativo della mano la congedò, quasi a voler prendere fisicamente le distanze, poi si voltò di nuovo verso gli ospiti. Un uomo in abito grigio si chinò verso il vicino e gli sussurrò qualcosa; entrambi trattennero una risatina.
Giulia si girò senza dire una parola e uscì. Nessuna lacrima, nessuna scena. La porta si richiuse alle sue spalle con un suono appena percettibile.
Fuori soffiava un vento freddo. Estrasse il telefono e aprì l’app della banca. Tutte le carte aziendali erano collegate al suo conto personale: era stata lei a pretenderlo cinque anni prima, quando aveva coperto i debiti di Luca e lo aveva tirato fuori dal baratro dopo il fallimento della sua prima impresa. All’epoca i recuperi crediti telefonavano nel cuore della notte, lui sedeva pallido in cucina ripetendo: «Ho rovinato tutto, ho perso ogni cosa». Giulia aveva venduto la casa dei genitori in campagna e versato il ricavato senza fare domande. Di notte teneva la contabilità, trattava con i fornitori, mentre lui si occupava di “ricostruire l’immagine”. Luca usava quelle carte convinto che fosse merito suo.
Un semplice tocco sullo schermo: carta aziendale bloccata. Giulia fissò per un istante la conferma dell’operazione, poi ripose il telefono in borsa. Era finita.
Dentro la sala, intanto, gli invitati continuavano a conversare ignari di ciò che stava per accadere.
