Mentre attraversava il corridoio con la guardia alle spalle, evitò di cercare altri sguardi. I colleghi che un tempo aveva formato uno a uno ora fingevano di essere sommersi dalle urgenze. Nessuno trovò il coraggio di salutarla. Quando raggiunse l’uscita, il suo nome era già sparito dalla targhetta sulla porta dell’ambulatorio, come se non fosse mai esistita.
Radunò ciò che restava della sua vita professionale in una scatola di cartone: lo stetoscopio consumato, una fotografia di famiglia con gli angoli piegati, e quelle vecchie scarpe sanitarie decorate con orsacchiotti colorati che facevano sorridere i piccoli pazienti. Poi si rifugiò nella sua Honda malandata. Rimase lì a piangere finché la gola non cominciò a bruciarle. Non era soltanto uno stipendio quello che aveva perso, ma l’unico luogo capace di riempire, almeno in parte, il silenzio del suo appartamento vuoto.
Quando riuscì a fare i conti con la realtà, il saldo parlava chiaro: 537 dollari sul conto, l’affitto da versare entro due settimane e nessuna idea concreta su come rimettersi in piedi.
Alla stazione degli autobus Greyhound di Indianapolis l’aria era impregnata di gasolio e caffè rancido. Vittoria Mariani chiese un biglietto per Brook Hollow, in Ohio.
— Turistica, quarantasette dollari — mormorò l’impiegato senza alzare lo sguardo.
Accanto allo sportello campeggiava però il cartello della prima classe: sedili in pelle, più spazio per le gambe, area silenziosa oltre una tenda. Prezzo: 247 dollari.
Una follia, considerata la sua situazione. Eppure, dopo ventitré anni passati a mettere sempre gli altri davanti a sé, desiderava tre ore di pace assoluta.
— Prima classe — disse infine, quasi sorprendendo se stessa.
Si lasciò cadere al posto 2B. Il sedile fresco, reclinato all’indietro, le diede per la prima volta in quella giornata la sensazione di poter respirare davvero.
Per quarantasette minuti si illuse che forse tutto avrebbe potuto sistemarsi.
Poi, dalla parte anteriore del bus, si levarono voci alterate.
Scostò la tenda e vide un uomo che cercava con fatica di sistemarsi in un sedile turistico. Nonostante il caldo indossava un gilet di pelle. Cicatrici da ustione, antiche e profonde, gli segnavano braccia e collo, tendendo la pelle. Con mani tremanti lottava contro la cintura di sicurezza.
L’autista, davanti a lui, stava chiaramente perdendo la pazienza.
