Nei giorni che seguirono a quell’accordo fragile ma necessario, Luca fece davvero uno sforzo concreto per cambiare. Non erano grandi gesti plateali, bensì piccole attenzioni quotidiane: mi chiedeva cosa ne pensassi prima di prendere decisioni, si offriva di sparecchiare o di passare l’aspirapolvere senza che fossi io a ricordarglielo, smise di criticare ogni dettaglio insignificante. Anche le telefonate alla madre si diradarono; quando avvenivano, erano brevi, asciutte.
Io, dal canto mio, continuavo a lavorare con determinazione. I clienti aumentavano di settimana in settimana, al punto che iniziai a rifiutare nuovi incarichi perché non riuscivo più a gestire tutto da sola. L’11 maggio ricevetti una chiamata inaspettata da Stefano Bertolini, proprietario di un negozio di ricambi auto.
«Giada, avrei una proposta da farti. Sto per aprire un secondo punto vendita e mi serve qualcuno che coordini l’intera contabilità. Offro 50.000 euro fissi al mese più una percentuale sugli utili. Ti interessa?»
Rimasi in silenzio qualche secondo. Cinquantamila garantiti rappresentavano una sicurezza importante. Con gli altri clienti esterni avrei potuto aggiungere almeno altri trentamila.
«Posso mantenere anche qualche collaborazione privata?» chiesi. «Lavorare per lei e seguire ancora due o tre clienti?»
«Nessun problema. L’importante è che i miei conti siano in ordine.»
Accettai. Avrei iniziato il primo giugno.
Chiusi la telefonata con un sorriso che non riuscivo a trattenere. La mia vita stava finalmente prendendo una direzione chiara. Quando quella sera raccontai tutto a Luca, mi fece i complimenti, ma nei suoi occhi lessi un’ombra. L’idea che sua moglie guadagnasse più di lui lo metteva alla prova. Tuttavia non disse nulla di spiacevole.
Il 13 maggio, alla vigilia del mio ultimo giorno in ufficio, decisi di rinnovare un po’ l’appartamento. Avevo messo da parte una somma consistente e volevo concedermi quel cambiamento. Feci venire un imbianchino che in due giorni sostituì la carta da parati del soggiorno con una tonalità beige chiaro, delicata, luminosa. L’ambiente sembrò respirare. Comprai un divano nuovo, comodo e moderno, per rimpiazzare quello ormai sfondato. Aggiunsi un tavolino basso, una lampada da terra elegante e qualche quadro minimalista.
Luca osservava ogni cosa con aria perplessa.
«Posso sapere dove hai preso i soldi?»
«Li ho guadagnati.»
«Hai speso 30.000 euro senza nemmeno parlarne con me.»
«Perché avrei dovuto? Sono soldi miei. Li uso come preferisco. O abbiamo già dimenticato il principio dei conti separati?»
Strinse la mascella, ma non replicò.
Il 14 maggio salutai definitivamente i colleghi. Mi regalarono un mazzo di fiori e parole sincere. Cecilia Colombo mi abbracciò con affetto.
«Giada, hai avuto il coraggio di ricominciare. Sono fiera di te.»
Tornai a casa con le rose strette tra le braccia e una sensazione di libertà che mi riempiva il petto.
La sera del 15 maggio, mentre stavo compilando una dichiarazione fiscale al computer, il campanello suonò. Aprii la porta e mi trovai davanti Ottavia Mariani con una valigia enorme e uno sguardo deciso.
«Sono venuta a trovarvi», annunciò entrando.
«Luca lo sa?» domandai.
«No, sarà una sorpresa.»
Fece un giro per casa e notò subito i cambiamenti.
«Avete rinnovato! Bravo, Luca!»
«In realtà ho fatto tutto io», precisai. «Con i miei soldi.»
Le sue labbra si incresparono.
«Ah, certo. La grande imprenditrice. Quanto durerà questa fantasia? Un mese? Due? Poi i clienti spariranno.»
«Vedremo», risposi senza cedere.
Quando Luca rientrò e vide la madre, rimase interdetto.
«Mamma? Non mi avevi detto nulla.»
«Ho deciso all’ultimo. Resto una settimana, vi do una mano. Certo che qui c’è molto da sistemare…»
Si stabilì in soggiorno, occupò il divano nuovo, riempì il bagno di flaconi e iniziò a impartire ordini.
«Giada, perché non prepari una zuppa? Luca deve mangiare caldo ogni giorno.»
«Sto lavorando.»
«Lavorare? Battere sui tasti non è un lavoro.»
Luca taceva. E quel silenzio mi pesava più delle parole di lei.
Il 18 maggio lo portai sul balcone.
«Quanto resterà?»
«Solo qualche giorno.»
«Avevamo stabilito niente interferenze.»
«Vuole solo aiutare.»
«Non sta aiutando. Mi critica e mi sminuisce. Io non lo accetto più.»
«Ti prego, sopporta ancora un po’.»
«No. Questa volta scegli tu. O lei o me.»
Impallidì.
«Non puoi mettermi davanti a un ultimatum.»
«Posso. Se domani non parte, me ne vado io.»
Preparai una borsa e chiamai Serena Farina.
«Posso stare da te un paio di giorni?»
«Subito. Vieni.»
Quando uscii con la valigia, Ottavia mi guardò soddisfatta.
«Meglio così. Non sei adatta a questa casa.»
Fissai Luca negli occhi.
«Hai tre giorni. Poi prenderò la mia decisione definitiva.»
Me ne andai senza attendere risposta.
Dopo due giorni, la mattina del 20 maggio, Luca mi telefonò.
«L’ho accompagnata ieri sera alla corriera. È tornata a casa.»
«Bene.»
«Ti prego, rientra.»
«Sarà l’ultima volta che succede qualcosa del genere», chiarì. «Un altro episodio e sarà finita.»
Tornai. Ma qualcosa dentro di me si era indurito.
Il primo giugno iniziai a lavorare da Stefano Bertolini. Un ufficio piccolo ma accogliente, uno spazio tutto mio. A fine mese avevo guadagnato 83.000 euro. Luca ne aveva presi 50.000. Per la prima volta nella mia vita mi sentii completamente autosufficiente, e quella sensazione mi dava forza.
Con il tempo, però, il nostro matrimonio si trasformò in una convivenza educata. Nessuna lite, ma nemmeno vera intimità.
Una sera gli dissi: «Non ti sembra che siamo solo coinquilini?»
Mi guardò a lungo. «Sì. Ma non so come rimediare.»
«Forse dovremmo separarci. Vendere casa, dividerci tutto.»
Restò in silenzio, poi propose: «Proviamo con un terapeuta prima.»
Accettai. Un’ultima possibilità.
Ci rivolgemmo a Federica Grassi. Durante le sedute emersero ferite profonde: lui cresciuto con l’idea che un uomo non debba mostrare debolezze; io abituata a tacere per evitare conflitti. Settimana dopo settimana imparammo a parlarci senza difese.
A fine agosto qualcosa iniziò a sciogliersi. Luca mi disse che era orgoglioso di me, che ammirava la mia determinazione. Io confessai che la rabbia non era del tutto svanita, ma volevo provare a lasciarla andare.
In settembre Ottavia fu colpita da un ictus. Andammo insieme a trovarla. In ospedale appariva fragile, quasi irriconoscibile. Quando mi vide, cercò di voltarsi.
«Giada è qui per te», disse Luca.
«Non ho bisogno della sua compassione», mormorò lei.
«Non è compassione», replicai con calma. «È rispetto.»
Rimanemmo tre giorni ad assisterla. Una sera mi prese la mano.
«Mi sono sbagliata con te. Ho voluto controllare tutto per paura di restare sola. Perdona i miei errori.»
Quelle parole sciolsero un nodo che portavo dentro.
Al ritorno, Luca mi parlò a lungo. Capiva finalmente quanto il senso di colpa verso la madre lo avesse reso cieco. «Voglio scegliere noi», disse. «Senza pressioni.»
Lo guardai negli occhi. «Mi ami davvero?»
«Sì. Sempre.»
In ottobre ricominciammo a costruire qualcosa di nuovo. Lentamente, con pazienza. Lui cucinava quando facevo tardi, io cercavo di non pretendere cambiamenti immediati. Imparammo a collaborare.
A novembre Stefano Bertolini mi fece una proposta inattesa.
«Giada, in sei mesi hai rivoluzionato la gestione. Sto aprendo un terzo negozio. Vorrei offrirti il 10% delle quote. Investimento richiesto: 100.000 euro. Che ne dici?»
Centomila euro erano una cifra importante, ma li avevo messi da parte.
«Dammi qualche giorno per riflettere», risposi.
Quella sera raccontai tutto a Luca. Mi ascoltò con attenzione.
«E tu cosa senti?» mi chiese.
«È un rischio, ma potrebbe essere un salto di qualità enorme.»
