Corrado si presentò senza usare le chiavi: Arianna non azionò il citofono finché non riconobbe la sua voce. Salì a piedi fino al nono piano, col fiato corto, i capelli bagnati dalla pioggia e un sacchetto del supermercato stretto in mano. Dentro c’erano latte, pane e il suo yogurt alla fragola preferito. Come se bastasse quello a rimettere ogni cosa al proprio posto.
— Arianna… — cominciò lui, ancora sulla soglia.
Lei però sollevò una mano, fermandolo.
— Prima di tutto, le serrature — disse con una calma quasi innaturale. — Domani alle dieci viene il fabbro. Ci saranno due mazzi nuovi: uno per te e uno per me. I tuoi parenti non avranno mai più le chiavi di casa nostra.
Corrado annuì senza discutere. Entrò in soggiorno, si lasciò cadere sul divano e posò il sacchetto a terra. Per qualche secondo rimase a fissare la finestra, dove le gocce di pioggia scivolavano lente sul vetro.
— Mia madre mi ha chiamato tre volte — mormorò. — Piange. Dice che l’hai umiliata davanti a tutto il palazzo. Giorgia mi ha scritto che sei una psicopatica. Zia Serena, invece, ha chiesto soltanto se eravamo ancora vivi.
Arianna si sedette di fronte a lui, intrecciando le dita in grembo.
— Non ho umiliato nessuno. Ho difeso me stessa. E ho difeso anche te.
— Me? — Corrado lasciò uscire una risata amara. — Da chi, esattamente?
— Dal giorno in cui saresti tornato a casa e non avresti trovato più né tua moglie né il figlio che continuiamo a dire di volere. Perché avrei fatto le valigie e me ne sarei andata. In silenzio. Come fanno tante persone quando capiscono di non avere più un grammo di pazienza da offrire.
Lui alzò lo sguardo. Nei suoi occhi c’erano stanchezza, confusione e una paura che non riusciva più a nascondere.
— Non avevo capito che per te fosse così pesante — ammise piano. — Davvero, Arianna. Pensavo che tu… non so, che avessi un carattere tranquillo. Che riuscissi a sopportare.
— Ho sopportato per tre anni, Corrado. Tre. Anni. Ogni singolo giorno. Mentre tu sei al lavoro, io resto qui da sola con i vostri “passavamo solo un minuto”. E mentre tu ripeti che “sono parenti”, io lavo piatti di persone che si comportano da estranee e sorrido, perché non voglio ferirti.
Corrado abbassò la testa.
— Sono stato un idiota — disse soltanto.
— No. Sei cresciuto con l’idea che a te si possa perdonare tutto. E tua madre si è abituata a credere che tutto le sia permesso. Io, invece, non voglio più essere quella che perdona sempre.
Il silenzio che calò tra loro fu denso, ma non ostile. Sembrava piuttosto un’aria nuova, dolorosa e pulita.
— Che cosa vuoi fare? — chiese lui alla fine.
— Regole. Chiare. Uguali per tutti. E sarai tu a comunicarle, perché è la tua famiglia.
Corrado annuì.
— Dimmele.
Arianna aprì un cassetto e tirò fuori un foglio. Lo aveva scritto nel pomeriggio, mentre aspettava il fabbro e aspettava lui.
— Primo: le chiavi le abbiamo solo noi due.
Secondo: chi vuole venire deve avvisare prima, almeno con un giorno di anticipo.
Terzo: se sto lavorando, non sono disponibile, anche se fisicamente sono seduta in questa casa.
Quarto: chi viene porta qualcosa da mangiare o ordina. Io non sono una cuoca a domicilio.
Quinto: le visite non più di due volte al mese. E, se sono sola in casa, non più di tre ore.
Corrado lesse in silenzio. Poi sollevò gli occhi verso di lei.
— Sono regole dure.
— Duro è ritrovarsi quattro persone in casa nel mezzo dell’orario di lavoro, con la pretesa che io prepari il pranzo — rispose Arianna. — Questo, invece, è soltanto giusto.
Lui piegò il foglio una volta, poi di nuovo.
— Chiamo mia madre. Adesso. Davanti a te.
Arianna non se lo aspettava. Era pronta a sentirlo prendere tempo, chiedere una versione più morbida, cercare un compromesso. Invece Corrado tirò fuori il telefono, mise il vivavoce e chiamò Renata.
— Corrado, finalmente! — La voce di Renata esplose subito in un lamento. — Ti rendi conto di come mi ha trattata? Io le ho voluto bene tutta la vita come fosse mia figlia…
— Mamma — la interruppe Corrado, con una fermezza che Arianna gli aveva sentito di rado. — Ascoltami e non interrompermi. Da oggi le regole sono queste.
E le lesse una per una. Senza addolcirle. Senza “forse”, senza “vediamo”. Con voce semplice, limpida, controllata.
Dall’altra parte della linea, prima ci fu silenzio. Poi un singhiozzo trattenuto.
— Quindi adesso devo prendere appuntamento perfino per vedere mio figlio?
— Sì, mamma. Come dal medico.
