La banconota spiegazzata da venti euro scivolò lenta sulla tovaglia e finì proprio nella chiazza di succo rovesciato. La carta si impregnò all’istante, si fece più scura, molle, quasi simile a uno straccio sporco.
— Prendili, prendili pure, — la voce di mio padre, Riccardo Neri, rimbombò sopra il tavolo, più forte del tintinnio dei bicchieri di cristallo. — Per un taxi ti bastano. L’auto serve di più a Valentina Fontana. Lei deve presentarsi bene, è l’immagine della nostra azienda, “Capitale Arredi”. Tu invece… tu non vali certo di più.
Per un momento, nella sala banchetti di quel ristorante di lusso, calò un silenzio talmente fitto che si sentì persino un piatto infrangersi in cucina. Parenti, fornitori, clienti importanti: tutti rimasero immobili, con le posate sospese a mezz’aria. Mia madre sistemava nervosamente il tovagliolo, fingendo di essere occupatissima pur di non incrociare il mio sguardo. Valentina Fontana, la mia sorella minore, faceva roteare con aria ostentata un mazzo di chiavi appeso a un portachiavi di pelle: erano quelle del SUV bianco fiammante che, pochi minuti prima, mio padre le aveva consegnato davanti a tutti “per il contributo insostituibile allo sviluppo del marchio”.
Abbassai gli occhi sulle mie mani. Sotto le unghie, nonostante avessi strofinato a lungo prima del banchetto, restava ancora una sottile linea scura: polvere di legno. La pelle dei palmi era ruvida, secca, segnata dal contatto continuo con vernici, colle e impiallacciature. Dieci anni. Per dieci anni avevo vissuto tra i reparti, respirato segatura, litigato con i facchini, controllato ogni vite, ogni pannello, ogni consegna.
Quando Riccardo aveva cominciato, possedeva soltanto un vecchio garage e due macchinari malandati. Ero stata io a trovare quei maestri ebanisti che ancora oggi reggevano l’intera produzione. Ed ero stata sempre io, tre mesi prima, a restare chiusa in ufficio fino alle due di notte per preparare tutta la documentazione necessaria alla gara d’appalto per arredare un nuovo complesso alberghiero.

Valentina, invece… Valentina aveva terminato appena due settimane prima un corso intitolato “Il personal brand nei dettagli”. Il suo apporto all’impresa consisteva nell’aver fatto ridipingere le pareti della reception di un rosa cipria e nell’aver ordinato biglietti da visita nuovi, con un carattere così minuscolo che per leggerli sarebbe servita una lente d’ingrandimento.
— Papà, — dissi, imponendomi di non lasciar tremare la voce. — Ti rendi conto che quella gara l’ho vinta io? Le specifiche sui tipi di legno, i calcoli sull’umidità, la logistica… ho preparato tutto io, non Valentina.
— Elena Grassi, per favore, non ricominciare con la tua solita lagna! — sbuffò Valentina, alzando gli occhi al cielo mentre si aggiustava l’orecchino di diamanti.
