— Sì.
— La torta arriva all’orario giusto?
— Arriva.
— E i tovaglioli? Non avrai preso quelli di carta sottile, da quattro soldi?
Silvia Barone sollevò lo sguardo su di lui. Per un secondo non disse nulla. Poi fece un cenno appena percettibile.
La stanchezza, in quel momento, non le pesava più sulle gambe.
Era scesa più in fondo, come un sasso fermo sotto le costole.
Gli invitati cominciarono a presentarsi verso sera.
Per primi arrivarono i genitori di Giorgio Neri. Sua madre entrò stringendo un sacchetto di cioccolatini, baciò il figlio sulle guance e subito fece scorrere gli occhi sulla tavola apparecchiata, rapidi e taglienti.
— Almeno l’arrosto non l’hai fatto diventare una suola, vero? — chiese, con il tono di chi sta salutando.
Silvia sorrise senza mostrare fatica.
— Lo assaggiate e mi dite.
Il suocero si sfilò il cappotto in silenzio e, prima ancora di sedersi, domandò dove fosse il cognac.
Dopo di loro arrivarono lo zio e la zia di Giorgio. Poi due amici di lui. Roberta D’Angelo si fece attendere e comparve per ultima.
Indossava un vestito rosso, i capelli erano messi in piega con precisione, e aveva sul viso l’espressione di una donna che aveva già deciso, prima ancora di entrare, che qualcosa non sarebbe andato bene.
Si avvicinò alla tavola. Guardò gli antipasti, poi la torta, poi i ravioli, i piatti, i bicchieri, le posate allineate.
— Be’… per voi è quasi elegante — commentò.
Giorgio scoppiò a ridere.
Silvia finse di dover controllare il forno.
Da quel momento non si sedette quasi più.
— Silvietta, il ghiaccio.
— Silvia, mancano i tovaglioli.
— Non c’è un’altra salsa? Questa pizzica troppo.
— Dove sono le forchette pulite?
— Di’ al corriere di non portare ancora dentro la torta, non siamo pronti.
Lei si muoveva tra cucina e soggiorno come se dentro di lei fosse stato caricato un ingranaggio.
Scaldare.
Servire.
Togliere.
Sorridere.
Servire di nuovo.
Dal tavolo sentiva Giorgio parlare a voce alta, spiegare che “mandare avanti una famiglia non è mica una passeggiata”.
Lo diceva con il bicchiere in mano, mentre Silvia, piegata sulla tovaglia, tamponava una goccia di sugo prima che lasciasse l’alone.
Qualcuno disse che Giorgio era proprio in gamba.
Qualcun altro aggiunse che un uomo vero sa tenere in piedi la casa.
In quel momento Silvia era davanti al lavello, e l’acqua le scivolava sui polsi.
Non riuscì a mangiare neppure una porzione intera di qualcosa.
Assaggiò soltanto un cucchiaio di minestra per controllare il sale.
Morse un angolo di raviolo mentre li trasferiva dal tegame al vassoio.
Bevve del tè ormai freddo dalla sua tazza, la stessa che più tardi qualcuno usò per appoggiarci dentro i semi del limone.
Verso mezzanotte gli amici se ne andarono.
La musica venne abbassata.
In casa rimasero solo i parenti.
Sulla tavola c’era tutto ciò che resta dopo una cena durata troppo: tovaglioli accartocciati, forchette unte, pezzi di pane spezzati, bicchieri segnati dalle labbra, piatti in cui insalate e salse si erano mescolate in una poltiglia confusa.
Silvia si appoggiò allo stipite della cucina.
La schiena le faceva male come se qualcuno gliel’avesse afferrata con entrambe le mani e la stesse torcendo lentamente.
Disse con calma:
— Adesso prendo un piatto pulito e mangio qualcosa. Oggi non ho fatto un pasto vero.
Roberta alzò le sopracciglia.
— Un piatto pulito?
— Sì.
La suocera guardò gli avanzi sparsi sul tavolo.
— Ma il cibo c’è. Prendi quello che è rimasto.
Silvia non si mise a discutere.
Aprì il pensile in alto.
Dentro c’erano due piatti ancora puliti.
Uno era bianco, con un bordo sottile azzurro.
Silvia allungò la mano per prenderlo.
Proprio allora Giorgio posò il bicchiere sul tavolo.
Non fece un gran rumore.
Eppure, dopo quel colpo secco, nella stanza sembrò passare la certezza che stesse per accadere qualcosa di sgradevole.
— Dici sul serio? — domandò lui.
Silvia si voltò.
— Su cosa?
— Vuoi metterti a fare la scena davanti a tutti? Vuoi far credere che qui ti abbiamo lasciata morire di fame?
— Non sto facendo nessuna scena. Voglio solo mangiare.
Roberta emise una risatina breve.
— Alcune donne vogliono sposarsi, però non capiscono che la famiglia comporta dei doveri.
Silvia guardò Giorgio.
Aspettava lui.
Era l’ultima speranza piccola, minuscola, rimasta in piedi.
Non speranza d’amore, ormai.
Soltanto di decenza.
Giorgio abbassò gli occhi.
Poi li rialzò, già irritato. Si era sentito a disagio, e il disagio, lui, lo trasformava sempre in attacco.
— Se non sei nemmeno capace di servire come si deve la mia famiglia, io davvero non capisco perché ti ho sposata.
Le parole non la colpirono subito.
All’inizio Silvia sentì solo il rubinetto gocciolare.
Poi vide la suocera fissare la tovaglia.
Poi notò il sorriso di Roberta.
La stanza si immobilizzò.
La forchetta rimase sospesa nella mano dello zio.
La zia smise di masticare.
Il padre di Giorgio guardava verso il televisore, anche se lo schermo era spento.
Un cucchiaio pieno d’insalata scivolò di nuovo nella ciotola.
Su un piatto bianco una goccia rossa di minestra cominciò a scendere lentamente.
Nessuno si mosse.
Silvia stringeva il piatto pulito con tanta forza che le dita le fecero male.
Avrebbe potuto urlare.
Avrebbe potuto lasciarlo cadere e mandarlo in frantumi sul pavimento.
Avrebbe potuto dire a Roberta tutto ciò che aveva inghiottito per quattro anni.
Non fece niente di tutto questo.
Chiese soltanto:
— Giorgio, tu pensi davvero che io debba mangiare gli avanzi lasciati dai tuoi ospiti?
Lui era ormai troppo dentro la propria rabbia per fermarsi.
— E che problema hai? Mangia quello che è rimasto.
Il silenzio diventò pesante, compatto.
Persino Roberta tacque per un istante, godendosi non tanto la frase, quanto il fatto che fosse stata pronunciata davanti a dei testimoni.
Fu allora che Silvia vide il telefono.
Era sul davanzale, tra il vasetto di basilico e il coperchio di una pentola.
Quella mattina, mentre cuoceva le barbabietole, aveva impostato un timer e, per sbaglio, aveva aperto il registratore vocale. Poi era stata distratta dalla telefonata del corriere. Poi dall’impasto. Poi dal campanello.
E se n’era dimenticata.
Adesso, sullo schermo, lampeggiava un puntino rosso.
La registrazione era ancora in corso.
Sei ore e diciotto minuti.
Silvia sentì qualcosa dentro di sé fermarsi.
Non diventare freddo.
Diventare chiaro.
Posò il piatto sul tavolo.
Giorgio aggrottò la fronte.
— Che stai facendo?
Lei si sfilò il grembiule e lo piegò con cura, una metà sull’altra.
Quel gesto, per qualche motivo, spaventò sua suocera più di quanto avrebbe fatto un urlo.
— Silvia, non fare scenate — disse in fretta.
