“Mangia quello che è rimasto” urlò Giorgio, spezzando la festa davanti a tutta la famiglia

Ingiusto, doloroso, eppure stranamente familiare.
Storie

La moglie aveva passato due giorni a preparare il compleanno del marito. Ma quando, davanti a tutta la famiglia di lui, chiese semplicemente un piatto pulito per potersi servire qualcosa da mangiare, lui le urlò contro: «Mangia quello che è rimasto».

In seguito, Silvia Barone provò più volte a ricostruire il momento esatto in cui quella festa aveva smesso di essere una festa.

Forse non era accaduto quando Giorgio Neri aveva alzato la voce.

Forse era successo molto prima.

Magari alle 5:47 del mattino, quando Silvia aveva aperto gli occhi e si era resa conto di aver dormito meno di tre ore.

Oppure quando, entrando in cucina, aveva trovato l’aria già impregnata dell’odore di cipolla, barbabietola, carne cruda e straccio umido.

O forse nel preciso istante in cui aveva posato i piedi nudi sul linoleum gelido e, prima ancora di domandarsi come si sentisse, aveva controllato l’elenco della spesa.

L’appartamento in cui vivevano era piccolo, preso in affitto, in una comune città italiana dove i palazzi stavano così vicini che i rumori dei vicini finivano per sembrare parte della propria casa.

Una cucina stretta, un soggiorno minuscolo, un balconcino occupato dallo stendino, un corridoio nel quale Giorgio lasciava sempre le scarpe di traverso, tanto che Silvia, di notte, ci inciampava spesso.

Lei non si lamentava.

Anzi, si lamentava di rado in generale.

In quattro anni di matrimonio aveva imparato a trasformare quello spazio angusto in qualcosa che somigliasse al calore.

Sul davanzale cresceva una piantina di basilico.

Sopra una piccola mensola era appeso un asciugamano ricamato che le aveva regalato sua madre.

Vicino al tavolo, sulla parete, c’erano due piatti decorati a mano, colorati, quasi allegri, come se qualcuno avesse voluto lasciare in quella casa una macchia di luce.

Nell’armadio, piegata con cura, c’era una tovaglia bianca che Silvia tirava fuori soltanto nelle occasioni importanti.

E i quarant’anni di Giorgio, a detta di Giorgio stesso, erano un’occasione importante.

Una settimana prima della festa, lui era seduto in cucina, mangiava la minestra e parlava con un tono che non sembrava quello di chi stava organizzando una cena in famiglia, ma un ricevimento ufficiale.

— Silvia, sono quarant’anni — aveva detto. — Verranno i miei genitori. Ci sarà anche Roberta D’Angelo. Arrivano pure mio zio e mia zia. Non voglio dare l’impressione di stare messo male.

Silvia lo aveva guardato con stanchezza, ma senza durezza.

— Tra una settimana dobbiamo pagare l’affitto. E io devo saldare l’iscrizione al corso. Possiamo fare una bella tavola, certo, ma senza esagerare.

— Senza esagerare? — Giorgio aveva fatto una risata breve. — Tu conosci mia sorella. Poi andrà a raccontare a tutti che non siamo stati capaci nemmeno di fare una festa decente.

Silvia conosceva bene Roberta.

Roberta D’Angelo era la sorella maggiore di Giorgio, lavorava come avvocata in uno studio della zona e portava addosso la sicurezza come fosse una giacca costosa.

Sapeva sorridere in un modo particolare: abbastanza gentile da non poter essere accusata di nulla, abbastanza tagliente da far sentire l’altra persona più piccola.

Fin dal primo giorno, Roberta aveva trattato Silvia come una donna che avrebbe dovuto essere riconoscente già solo per essere stata ammessa in famiglia.

Alla loro prima cena tutti insieme, Roberta aveva girato lo sguardo per l’appartamento e aveva commentato:

— Che carino qui da voi. Sembra proprio una casetta delle bambole. Però non di quelle comprate in negozio, ecco… più da bancarella.

Gli altri avevano riso.

Anche Silvia, quella volta, aveva accennato un sorriso, perché non sapeva dove mettere la faccia.

Più tardi Giorgio le aveva detto:

— Non lo fa con cattiveria. È il suo modo di scherzare.

Quella era stata la prima piccola incrinatura.

Poi ne era arrivata un’altra.

Roberta poteva presentarsi senza avvisare e aprire il frigorifero come se fosse a casa sua.

La suocera poteva assaggiare una zuppa di Silvia e dire che era “buona, sì, però da noi si fa più densa”.

Giorgio, in quei momenti, poteva restare zitto.

Sempre zitto.

E a volte il silenzio fa più paura della maleducazione, perché la maleducazione almeno indica chiaramente da dove è partito il colpo.

Il silenzio, invece, permette a tutti di comportarsi come se nessuno avesse colpito.

Per molto tempo Silvia si era ripetuta che Giorgio semplicemente non amava i conflitti.

Si ricordava di quando, durante il primo anno di matrimonio, lui le portava il caffè al lavoro.

Di quella sera in cui erano rimasti sotto la pioggia alla fermata dell’autobus e lui aveva tenuto la giacca sopra la sua testa per ripararla.

Di quando la chiamava “la mia casa tranquilla”.

Silvia aveva creduto a quei ricordi più a lungo di quanto avrebbe dovuto.

Per questo, quando Giorgio le aveva chiesto di organizzare un compleanno in grande, alla fine aveva detto di sì.

Non subito.

Non con entusiasmo.

Ma aveva accettato.

Il venerdì sera aveva prelevato dei soldi dalla carta.

Quasi tutto ciò che aveva messo da parte per il corso.

Nella sua casella di posta c’era ancora il contratto di iscrizione, e sul calendario del telefono compariva il promemoria: lunedì, ore 9:00, acconto.

Silvia fissava quella riga e cercava di convincersi che in qualche modo avrebbe rimesso insieme la somma necessaria.

È così che spesso le donne mentono a se stesse per amore.

Non per sempre.

Solo un’altra volta.

Il sabato si alzò prima dell’alba.

Per prima cosa mise sul fuoco una grande pentola di zuppa di barbabietole.

Poi marinò la carne, tagliò le verdure, impastò la sfoglia per i ravioli ripieni di patate e funghi, infornò il pollo, preparò il pesce, le salse, le insalate, gli antipasti e diversi piatti di affettati.

Alle 8:12 fotografò la lista della spesa, terrorizzata all’idea di dimenticare il ghiaccio, i tovaglioli e quella bottiglia di cognac che piaceva tanto al padre di Giorgio.

Alle 10:30 la sua amica Greta Benedetti le mandò un bonifico da 50 euro.

La causale era brevissima: “per il compleanno di Giorgio”.

Silvia lesse quelle parole e sentì salire la vergogna.

Greta le scrisse subito dopo: “Non provare nemmeno a scusarti. E soprattutto non stare zitta, se ricominciano”.

Silvia non rispose immediatamente.

In quel momento stava tirando fuori una teglia dal forno.

Alle 14:05 le arrivò un messaggio dal corriere della pasticceria.

Alle 16:40 stava stirando la camicia bianca di Giorgio.

Lui, nel frattempo, era dal barbiere.

— Dovrò fare delle foto — aveva detto al mattino. — Voglio essere presentabile.

Rientrò profumando di dopobarba, con il taglio in ordine e le scarpe pulite.

Entrò in soggiorno, vide la tavola pronta e sorrise soddisfatto.

— Ecco, adesso sì che va bene — disse. — Roberta rosicherà.

Silvia si aspettava che lui le si avvicinasse, magari che la abbracciasse.

Aspettava un semplice “grazie”.

Giorgio, invece, si voltò soltanto verso la cucina.

— Il cognac l’hai preso?

Amore o Soldi