“Porta via tuo figlio e digli di non fare rumore!” sbottò Enrico Caruso, chiudendo con un colpo secco la porta del soggiorno davanti al piccolo Edoardo

Quel distacco domestico era dolorosamente intollerabile
Storie

— Mia madre è stanca, abbiamo appena fatto una passeggiata. Porta via tuo figlio e digli di non fare rumore! — sbottò Enrico Caruso, chiudendo con un colpo secco la porta del soggiorno proprio davanti al viso di Edoardo Ricci, che aveva otto anni.

Il bambino rimase immobile in mezzo al corridoio. Stringeva tra le mani una scatola di costruzioni, azzurra, con l’immagine di un camion dei pompieri stampata sul coperchio. L’aveva montato da solo, senza chiedere aiuto a nessuno, e per tutta la mattina aveva aspettato il momento giusto per mostrarlo alla nonna.

Serena Ferrara era ferma accanto alla parete e guardava suo figlio. Edoardo non scoppiò a piangere. Abbassò soltanto lo sguardo, piano, come se avesse capito qualcosa che non avrebbe dovuto capire, poi si voltò e se ne andò in cucina senza dire una parola.

A Serena si strinse qualcosa dentro. In quella casa, che era casa sua, suo figlio veniva trattato come un estraneo. E lei, per troppo tempo, aveva preferito fingere di non accorgersene.

Serena aveva trentasei anni. Era minuta, con i capelli scuri quasi sempre raccolti in una coda pratica, e lavorava come responsabile degli acquisti in una piccola azienda all’ingrosso. In ufficio la consideravano una donna equilibrata, capace di mantenere la calma anche nelle situazioni più tese. Anche tra le mura domestiche cercava di comportarsi allo stesso modo.

Dopo il divorzio dal primo marito, per diversi anni aveva vissuto soltanto con Edoardo. Il loro appartamento di tre stanze, in un quartiere tranquillo, le era sempre sembrato un rifugio vero: luminoso, ampio, familiare. La mattina il bambino irrompeva nella sua camera gridando: «Mamma, la colazione è pronta?», e lei rideva ancora prima di riuscire ad aprire del tutto gli occhi. Si erano abituati a quel luogo, ai suoi rumori, alla sua aria, a quella libertà silenziosa che apparteneva solo a loro due.

Enrico lo aveva conosciuto per caso, a casa di un’amica comune. Era un po’ più grande di lei, pacato, con una voce bassa e il raro dono di ascoltare fino in fondo chi gli parlava.

— Tu non interrompi mai — gli disse un giorno Serena, quasi sorpresa.

— Perché mi interessa sapere che cosa dirai dopo — rispose lui, sorridendo.

Con Edoardo riuscì presto a creare un rapporto sereno. Lo accompagnava agli allenamenti di calcio, lo aiutava con i lavoretti per la scuola, non cercava di recitare la parte del “nuovo papà”, ma nemmeno restava freddo e distante. Dopo il matrimonio si trasferì da loro. Il primo anno scivolò via senza scosse.

Il disagio cominciò più avanti. Una sera Adele Gatti, la madre di Enrico, telefonò per annunciare di aver venduto il proprio appartamento. Lo spiegò con naturalezza, come se fosse la decisione più ovvia del mondo:

— Voglio stare più vicina a mio figlio. Per un po’ verrò da voi, finché non troverò qualcosa che faccia al caso mio.

Serena incrociò lo sguardo di Enrico. Lui si limitò ad alzare le spalle.

— È solo una sistemazione provvisoria. Non ti dispiace, vero?

A Serena, in quel momento, non dispiaceva. O almeno così credette.

Adele Gatti arrivò con quattro valigie enormi e due scatoloni pieni di stoviglie.

Amore o Soldi