— Suo figlio — intervenne mio padre, fissando Federico senza alzare la voce — ha appena sposato mia figlia. Nel mio ristorante. Con un ricevimento che ho pagato io. E lei ha scelto di umiliarla davanti a tutti.
— Federico! — Ornella si voltò di scatto verso di lui. — Diglielo tu! Di’ qualcosa!
Federico rimase seduto. Lo sguardo inchiodato al piatto, le dita intrecciate sulle ginocchia come se stesse pregando di diventare invisibile.
— Federico! — ripeté lei, più forte.
Ancora silenzio.
Allora mio padre si girò verso di lui.
— Federico — disse, calmo — da che parte stai? Con tua madre o con tua moglie?
Lui sollevò lentamente gli occhi. Guardò mio padre, poi Ornella, poi me. Aveva il viso tirato, pallido.
— Io… non so che cosa dovrei dire…
— Dovresti dire a tua madre di andarsene — rispose mio padre.
— Però è mia madre…
— E Giada è tua moglie. Un’ora fa hai promesso di amarla, rispettarla e proteggerla.
Federico aprì la bocca, ma non ne uscì nemmeno una parola.
Mio padre tornò a rivolgersi a Ornella.
— Signora Rossetti, lasci il locale. Subito.
— Lei non può cacciarmi! — strillò lei.
— Posso eccome. Sono il proprietario. E ho il diritto di allontanare chi disturba e offende gli altri ospiti. Le telecamere hanno registrato tutto. Cento persone hanno sentito le sue parole. Se esce da sola, finisce qui. Altrimenti chiamo la sicurezza.
Ornella diventò prima rossa, poi di un bianco livido. Afferrò la borsetta con gesto rabbioso.
— Federico, andiamo.
— No — la fermò mio padre. — Federico è mio genero. Lui qui può restare. Lei no.
— Federico! — urlò Ornella. — Vieni con me o no?
Lui mi guardò. Poi guardò sua madre. Infine mio padre.
— Io… devo accompagnarla…
— No — disse mio padre. — Non devi.
— Ma è sola…
— È una donna adulta. Saprà tornare a casa.
Federico si alzò. Fece pochi passi verso sua madre.
— Scusami, Giada — mormorò senza riuscire a guardarmi davvero. — Devo assicurarmi che stia bene.
E se ne andò.
Con lei.
Fuori dal ristorante.
Via dal suo stesso matrimonio.
Nella sala restò un silenzio irreale. I cento invitati erano immobili, smarriti, come se nessuno sapesse quale fosse il gesto giusto da fare.
Mio padre venne da me e mi prese la mano.
— Giada, tesoro. Riesci ad alzarti?
Mi alzai. Le gambe mi tremavano così tanto che temevo di cadere.
Lui mi accompagnò fino al microfono.
— Cari ospiti — disse, con la voce incrinata ma ferma — vi chiedo scusa per quanto è accaduto. Mio genero ha deciso di lasciare il suo matrimonio insieme a sua madre. È stata una sua scelta.
Si fermò un istante. Tirò fuori un fazzoletto e si asciugò gli occhi.
— Ma mia figlia è ancora qui. E noi continueremo a festeggiare. Perché lei lo merita. Merita questa festa, merita amore, merita rispetto. E merita di essere circondata da persone che le vogliono bene davvero.
Qualcuno batté le mani. Poi si unì un altro. Poi un altro ancora.
Nel giro di pochi secondi l’intera sala applaudiva.
Io ero lì, davanti al microfono, con l’abito da sposa addosso e senza sposo accanto.
Mio padre mi strinse forte.
— Vuoi andare a casa, amore mio?
Scossi la testa.
— No. Restiamo. Festeggiamo.
— Sei sicura?
— Sì. Perché hai ragione tu. Me lo merito.
La festa andò avanti. Senza lo sposo. Senza la suocera.
Ballai con mio padre, poi con mio cugino, poi con mia cugina. Mangiai la torta, risi alle battute di mio zio, bevvi champagne. Cercai perfino di sorridere nelle fotografie.
E, minuto dopo minuto, continuai ad aspettare che Federico tornasse.
Non tornò.
A mezzanotte uscii a prendere aria. Mi sedetti sulla panchina davanti al ristorante. La luna rischiarava il cortile e tutto era quieto.
Poco dopo mio padre mi raggiunse. Si sedette accanto a me.
— Come stai?
— Non lo so, papà.
— Ti ha chiamata?
— No.
Lui annuì piano. Rimase in silenzio per un po’, poi parlò sottovoce.
— Giada, posso dirti una cosa?
— Sì.
— Federico oggi ha fatto una scelta. Non ha scelto sua madre al posto suo.
