Sara Santoro fu l’ultima a uscire dallo sportello unico comunale. Nelle vetrate dell’Agenzia delle Entrate, dall’altra parte della strada, si riflettevano già i lampioni accesi, e alle sue spalle la guardia girò la chiave nella porta di vetro.
Nella borsa portava il provvedimento con cui veniva nominata responsabile di settore. L’addetto del personale le aveva fatto gli auguri con un tono asciutto, quasi burocratico; la dirigente le aveva stretto la mano e, senza perdere tempo, le aveva subito ricordato l’elenco dei nuovi incarichi. Eppure Sara scese i gradini tenendo la schiena dritta, come se quella cartellina pesasse meno dell’aria.
Aveva quarantadue anni. Per quasi un decennio era passata da un ufficio all’altro con fascicoli sotto il braccio, aveva sostituito colleghi in malattia, era rimasta oltre l’orario di chiusura e aveva risposto con pazienza anche a quei cittadini che si presentavano allo sportello cinque minuti prima della fine della giornata. Adesso, sulla porta, sarebbe comparsa una targhetta con il suo nome.
La prima persona a cui desiderava dare la notizia era Luca Santoro. Non sua sorella, non le colleghe, non la vicina con cui si scambiava messaggi quasi tutte le sere. Suo marito.
Accanto alla fermata c’era ancora aperta una pasticceria. Sara entrò e comprò una millefoglie alle noci e miele, il dolce che Luca sceglieva di solito nelle occasioni speciali. La commessa sistemò la scatola dentro una busta robusta e le raccomandò di non inclinarla.

Sull’autobus, Sara appoggiò la torta sulle ginocchia e prese il telefono. Stava per scrivere al marito che sarebbe arrivata a casa di lì a poco, poi cancellò il messaggio senza inviarlo. In quello stesso momento notò una mail di Teodora Romano, la proprietaria dell’appartamento.
“Sara, entro venerdì mi dica se rinnoviamo il contratto oppure no. Ho altre persone interessate.”
Vivevano in quel bilocale da tre anni. L’alloggio l’aveva trovato Sara, la cauzione l’aveva versata con i propri risparmi e il contratto era intestato a lei. Luca prometteva ogni mese di mandarle la metà dell’affitto, ma non sempre manteneva la parola. Quando il lavoro scarseggiava, era Sara a coprire l’intera somma.
A lui dava fastidio non risultare nel contratto.
— Qui ci vivo come un ospite tollerato — ripeteva dopo ogni litigio.
Sara gli aveva proposto di aggiungerlo al rinnovo successivo. Luca, però, rispondeva che non aveva alcuna intenzione di chiedere il permesso a una padrona di casa estranea e che presto avrebbero avuto un’abitazione tutta loro.
Una settimana prima aveva lasciato sul tavolo della cucina un dépliant pubblicitario di una banca. Con la penna aveva cerchiato la riga relativa al reddito familiare. Quando Sara gli aveva chiesto spiegazioni, lui aveva detto che stava soltanto dando un’occhiata ai tassi.
La lampadina davanti al portone lampeggiava. L’ascensore era fermo al nono piano, così Sara salì a piedi. Durante la salita immaginò il modo in cui avrebbe raccontato la novità.
Avrebbe posato la millefoglie sul tavolo, tirato fuori il provvedimento dalla borsa e detto:
— Da oggi in questa casa c’è una responsabile di settore.
Luca avrebbe fatto una battuta sulla sua voce autoritaria, avrebbe preparato il tè e poi, almeno per una volta, le avrebbe detto che era fiero di lei. Negli ultimi mesi, invece, da parte sua arrivavano soprattutto domande sui soldi. Voleva sapere di quanto sarebbe aumentato lo stipendio dopo la nomina e se a fine trimestre le avrebbero riconosciuto un premio.
Sara attribuiva quell’insistenza ai suoi insuccessi. Le richieste per montare infissi arrivavano di rado, alcuni clienti tardavano a pagarlo e sua madre aveva ricominciato a parlare di lavori in casa. Luca si irritava per tutto e con tutti, e quasi ogni sera restava seduto davanti al portatile.
La chiave girò nella serratura senza rumore. Nell’ingresso la luce era accesa. La giacca di Luca pendeva dall’attaccapanni, mentre gli scarponcini erano stati lasciati in mezzo al passaggio.
Sara si tolse gli stivali e appoggiò la busta con la torta sul mobiletto. Dalla camera da letto arrivò la voce di Luca. Stava parlando al telefono e non si era accorto che lei era rientrata.
— Oggi dovevano firmarle la nomina — disse lui. — Domani le chiederò il certificato dei redditi. Le dirò che serve per l’appartamento di mia madre.
Sara si fermò davanti allo specchio.
— Ma figurati se si mette a controllare ogni parola. Le dirò che è una questione di famiglia. Lei, con me, è comoda da gestire.
Luca tacque per ascoltare la risposta dall’altra parte. Poi rise piano.
— No, Giada. Io non la amo. Solo che adesso sarebbe stupido mandare tutto all’aria. Otteniamo l’approvazione, versiamo i soldi, e poi vedrò come sistemare le cose.
La busta cominciò a scivolare dal mobile stretto. Sara fece appena in tempo a bloccare la scatola e la spostò più vicino al muro.
Dalla camera giunse di nuovo la sua voce:
— Domani ci vediamo in banca. Dopo andiamo dal costruttore. La prenotazione non ce la tengono fino a sera.
Sara prese la torta e la portò in cucina. Posò la scatola sul tavolo, si sedette e si sfilò la borsa dalla spalla.
Accanto al lavello c’erano due tazze sporche. Sul frigorifero, fermata da una calamita, pendeva la bolletta della luce che Luca aveva promesso di pagare già il giorno prima. Sul bordo del tavolo c’era un dépliant della banca.
