La penna era già lì, accanto alla cartellina, prima ancora che mi accomodassi al tavolo. Blu, con un sottile bordo dorato, chiaramente non nostra: non apparteneva a nessuno degli oggetti di casa.
— Sono solo due dettagli, — disse Matteo Leone, spingendo la cartellina verso di me dall’altra parte del tavolo. — Una formalità. Mia madre ha trovato un avvocato, è tutto fatto come si deve.
Bianca Medici sedeva sul divano vicino alla finestra e scorreva qualcosa sullo schermo del telefono. Non guardava il tavolo. Anzi, lo evitava con un impegno fin troppo evidente.
Aprii la cartellina. Sapeva di stampante, di plastica nuova, di buste trasparenti appena comprate. Otto pagine, caratteri minuscoli, interlinea da documento serio.
— Otto pagine di formalità, — osservai.

— Dai, sono avvocati, — Matteo sorrise. — Devono sempre riempire fogli su fogli. Non perderti a leggerlo parola per parola, è tutto standard. L’appartamento, la macchina… giusto per essere corretti, nel caso succedesse qualcosa.
Si versò del tè. A me no, anche se il bollitore era più vicino a lui che a me.
— Mancano tre settimane al matrimonio, Chiara, — aggiunse con un tono più morbido. — Non mettiamoci a sprecare tempo con queste carte. Tanto lo sai anche tu che odi le scartoffie noiose.
Fu esattamente in quel momento che iniziai a leggere con attenzione. Lentamente.
Non perché mi fossi offesa. Io le scartoffie noiose le leggo tutti i giorni. Otto anni in una casa editrice, gli ultimi quattro passati tra contratti e revisioni legali. Me ne passano sotto gli occhi una decina a settimana: cessioni di diritti, licenze, accordi vari. So benissimo dove si nasconde ciò che conta davvero in un contratto. Sempre nel mezzo, quando l’occhio si stanca e la mente scivola via.
Matteo questo non se lo ricordava. Oppure non gli era mai sembrato importante. Una volta mi aveva chiesto che lavoro facessi; gli avevo risposto che correggevo testi in una casa editrice. Lui aveva annuito: “Ah, le virgole.” Da allora, per lui, il mio lavoro era rimasto quello: virgole.
Clausola 1. L’appartamento in via Manzoni era un bene acquistato prima del matrimonio e, in caso di separazione, sarebbe rimasto a lui. Nulla da dire: era suo da prima che arrivassi io.
Clausola 2. L’auto apparteneva a lui. Anche quella comprata prima.
Alla clausola 3 mi fermai.
— Stai leggendo? — Matteo guardò dentro la tazza e mescolò il tè con il cucchiaino. — Ci stai mettendo parecchio. Ti assicuro che non c’è niente di strano.
— Mh, — risposi soltanto.
La clausola 3 si intitolava “Modalità di gestione della vita domestica comune”. Suonava elegante. Dentro, però, c’era scritto che durante il matrimonio la cura della casa, le pulizie, la preparazione dei pasti e l’organizzazione della routine familiare sarebbero state a carico della moglie. E che “l’adempimento da parte della moglie dei suddetti doveri non genera pretese patrimoniali né può essere oggetto di valutazione economica in sede di divisione dei beni”.
La rilessi due volte. Non perché non avessi capito. Avevo capito benissimo già alla prima. La rilessi per accertarmi che quelle parole fossero davvero stampate lì, e non me le fossi inventate.
— Matteo, — sollevai lo sguardo. — La clausola tre l’hai letta?
— Quale tre? — non staccò neppure gli occhi dal telefono. — Quella sulla casa? Serve solo a chiarire chi fa cosa. Mamma dice che è utile parlarne subito, così poi non si litiga per sciocchezze.
Sul divano, Bianca Medici fece scorrere un’altra pagina sullo schermo. Senza emettere un suono.
— Chi fa cosa, — ripetei. — E tu, secondo questa clausola, cosa faresti?
— Be’, io porto i soldi, — disse finalmente, guardandomi. — È logico. Io lavoro e guadagno, tu pensi alla casa. Un classico.
Abbassai di nuovo gli occhi sulla cartellina. Clausola 4. Clausola 5. A quel punto leggevo più in fretta, perché ormai sapevo che cosa cercare.
La clausola 6 mi rimase impressa parola per parola, anche se la vidi una sola volta. Cominciava con una formula sul caso di nascita di un figlio.
