controllandosi lo smartwatch al polso. — Ci servono KPI, dashboard, una visualizzazione chiara del funnel. Ho già preparato un modello.
Il “modello” si rivelò un file Excel pieno di grafici colorati e dieci colonne, di cui almeno la metà ripeteva le stesse informazioni con nomi diversi. La tabella con cui io seguivo i contratti da tredici anni era più asciutta, meno elegante, certo. Però funzionava. Ogni accordo stava in una riga sola, e in tre secondi avevo davanti tutto: scadenze, volumi, stato della pratica, referente. Luca non lo capiva. Per lui un grafico ben confezionato valeva più di uno strumento davvero utile.
Nel giro di undici giorni accaddero quattro cose.
La prima: Luca rispose al posto mio a una chiamata di AdriaCostruzioni. Il direttore acquisti, Sergio Bellini, era un mio contatto dal 2016. Telefonava per chiarire le condizioni della fornitura primaverile. Luca gli promise uno sconto del dodici per cento. Noi non eravamo mai andati oltre il sette. Quando lo venni a sapere, sentii il petto incendiarsi, come se qualcuno mi avesse rovesciato addosso acqua bollente. Richiamai personalmente Sergio Bellini e impiegai due ore per rimettere in piedi la situazione. Gratis. Fuori orario. Alla fine lui sospirò e disse: «Valentina, mi dici che cosa sta succedendo lì da voi? Se te ne vai, dimmelo subito».
La seconda: Luca decise di “rivedere le priorità” e spostò di due settimane una consegna per Tirreno Logistica. Senza chiedere conferma a nessuno. La fornitura saltò. Penale: milleduecento euro. Lo scoprii il venerdì sera, quando arrivò la contestazione via mail. Rimasi a sistemare la faccenda fino alle dieci di notte.
La terza: Luca mi chiese di convertire le mie tabelle “nel nuovo formato”. In pratica, dovevo smontare un sistema che funzionava e trasferire tutto nei suoi grafici variopinti. Ci persi sedici ore in due settimane. Sedici ore di straordinario non pagato, buttate via per rovinare lo strumento che io stessa avevo costruito.
La quarta: durante la riunione operativa, Luca disse: «Dobbiamo scalare la base clienti. Abbiamo solo nove contratti, troppo pochi per una società del nostro livello». Nove contratti per quarantuno milioni. Contratti che avevo coltivato per anni, uno dopo l’altro. “Troppo pochi”. I colleghi abbassarono lo sguardo. Chiara Coppola, della logistica, mi lanciò un’occhiata rapida, interrogativa. Io non mossi un muscolo.
Paolo Santoro osservava tutto dal suo ufficio. E taceva. Anzi, no: una cosa me la disse.
— Valentina, tu sei lì vicino. Dagli una mano, coprilo un po’. Il ragazzo sta imparando.
Coprilo. Tredici anni di lavoro senza una macchia, e io dovevo “coprire” un ragazzo che in due settimane aveva creato più problemi dell’intero reparto in un anno. Rimasi sulla soglia del suo ufficio con una frase che mi bruciava in gola: “Sai, Paolo Santoro, io non sono una babysitter. Sono la persona che ti porta quaranta milioni”. Ma non la dissi. Annuii in silenzio e tornai alla mia postazione.
Perché sapevo già come sarebbe finita. Avevo provato a parlarne due volte, e per due volte mi ero sentita rispondere: “Vediamo, sistemiamo”. E quel “sistemiamo”, da noi, voleva dire sempre la stessa cosa: niente.
Mi sedetti alla scrivania e fissai il monitor. La consegna saltata. La contestazione di Tirreno Logistica. Le sedici ore della mia vita finite nel cestino. Il condizionatore ronzava sopra la testa, sputando quell’aria secca da ufficio pubblico che a fine giornata mi faceva sempre pulsare le tempie. Fuori, il buio era già sceso: dicembre, quattro e mezza del pomeriggio.
Avevo le mani sulla tastiera. A un certo punto mi accorsi che non stavo scrivendo. Ero semplicemente lì, immobile. Il dito sfiorava da solo la barra spaziatrice. Una volta. Poi un’altra. Tredici anni. Quarantuno milioni. Quattro promesse. Zero risultati.
Proprio allora squillò il telefono. Non quello dell’ufficio: il mio cellulare personale. Era Sergio Bellini.
— Valentina, dimmi la verità. Questo nuovo ragazzo resta?
— A quanto pare sì.
— Ascolta. Io con lui non ci lavoro. Sono dieci anni che mi assegnano un referente, mi abituo, poi me lo cambiano. Basta. La mia referente sei tu. Se vai via, io il contratto lo metto in pausa.
Restai ad ascoltare senza interromperlo. Dall’altra parte della parete, Luca spiegava a qualcuno al telefono qualcosa sull’“ottimizzazione dei processi”.
— Grazie, Sergio Bellini — risposi. — Io resto reperibile. Come sempre.
Chiusi la chiamata. Aprii il portatile. E per la prima volta dopo tredici anni aggiornai il curriculum.
Le dita correvano sui tasti senza esitazioni. “Esperienza nella gestione e nel supporto a gare e contratti: 23 anni. Portafoglio di contratti attivi: fino a 9 contemporaneamente. Valore annuo dei contratti gestiti: da 350.000 euro”. Messo nero su bianco, faceva un certo effetto. Sulla carta valevo parecchio. Lì dentro, invece, ero quella che doveva “dare una mano”.
Sulla scrivania c’era il modello di Luca, con tutti i suoi grafici colorati. Lo spinsi verso il bordo. Presi la mia cartellina, una di quelle semplici, di cartone, senza etichette. Cominciai a infilarci dentro delle copie: contratti, riconciliazioni, tabelle con appunti. Non tutto. Solo ciò che era mio. Quello che avevo costruito io, ciò che reggeva sul mio nome e sui rapporti che avevo creato negli anni.
Per quale motivo, ancora non lo sapevo.
Per sicurezza.
La riunione mensile fu fissata per mercoledì. Luca stava preparando la presentazione del piano trimestrale: la sua prima. Il giorno prima vidi la bozza. Aprii il file nella cartella condivisa e lo scorsi velocemente. Nella riga dei resi c’era un errore. Aveva usato la percentuale dell’anno precedente, senza considerare che quest’anno InvestPro aveva restituito un lotto importante a ottobre. La differenza era di quasi ottomila euro.
Andai da lui.
— Luca, nei resi c’è un’imprecisione. Bisogna rifare il calcolo tenendo conto del reso di ottobre di InvestPro.
