— Valentina, passa un attimo da me.
Paolo Santoro lo disse senza alzare gli occhi dal telefono. Neppure un’occhiata. Mi sollevai dalla sedia, sistemai il bordo della giacca e mi avviai verso il suo ufficio. Nel corridoio ristagnava l’odore del caffè del distributore: amaro, bruciacchiato, identico a quello che invadeva il piano ogni giorno verso l’ora di pranzo.
Nel suo studio c’era un ragazzo che non avevo mai visto. Cravatta sottile, smartwatch al polso, completo impeccabile, come appena uscito dalla vetrina di un negozio. Ventisei anni, forse ventisette.
— Vi presento, — disse Paolo Santoro, appoggiandosi allo schienale e tamburellando con la penna sul piano della scrivania. — Luca Caruso, il nostro nuovo responsabile senior per le gare d’appalto. Gli dai una mano a orientarsi? Tu conosci il reparto meglio di chiunque altro.
Responsabile senior per le gare d’appalto.

La stessa posizione che mi era stata promessa quattro volte. La prima nove anni prima, quando avevo chiuso il contratto con Adriatica Forniture. La seconda, due anni dopo, durante la riorganizzazione interna. La terza, quando a novembre avevo salvato la consegna per Granito, tre giorni prima che scattassero le penali. La quarta a gennaio. “Nel prossimo trimestre, Valentina, stavolta è sicuro.”
Luca si alzò e mi porse la mano. Palmo asciutto, stretta decisa, studiata. Era evidente che quel posto, secondo lui, gli spettasse.
— Piacere davvero, — disse con una sicurezza appena troppo sonora per una stanza così piccola. — Paolo Santoro mi ha parlato moltissimo di lei. Dice che qui è insostituibile.
Mi tolsi gli occhiali dalla catenella e richiusi lentamente le astine. Guardai Paolo Santoro. Lui continuava a rigirarsi la penna tra le dita, fissando un punto indefinito: forse la finestra, forse il calendario appeso alla parete.
— Insostituibile, — ripetei. — Capisco.
Nel corridoio, oltre la parete, una porta sbatté. Qualcuna delle ragazze della contabilità scoppiò a ridere, con una risata chiara, leggera. Una giornata di lavoro come tante. Per tutti, tranne che per me.
In reparto, ormai, sapevano già chi fosse Luca. Il cognome era lo stesso di Paolo Santoro: Caruso. Suo nipote. Figlio della sorella maggiore. Laurea in management, sei mesi di tirocinio in una società di logistica. E adesso, di colpo, responsabile senior. Sopra nove contratti che, messi insieme, valevano quasi quaranta milioni l’anno.
Tre anni prima ero andata da Paolo Santoro e gli avevo chiesto apertamente quel ruolo. Non con mezze parole, non con allusioni. Avevo portato un dossier: risultati, fatturato dei miei clienti, andamento degli ultimi cinque anni. Lui lo aveva sfogliato, aveva annuito più volte e poi aveva detto: “Valentina, vedo tutto. Però adesso c’è la riorganizzazione. Riparliamone tra sei mesi.” Sei mesi dopo ero tornata. La risposta era stata: “Il budget non è ancora stato approvato.” Un anno più tardi avevo presentato domanda per trasferirmi in un altro reparto, convinta che magari lì qualcuno avrebbe visto il mio lavoro per quello che era. Paolo Santoro bloccò tutto. Si presentò alla mia scrivania, si sedette sul bordo e mi disse: “Valentina, qui ho bisogno di te. Senza di te le gare si fermano. Abbi ancora un po’ di pazienza, sistemo io la cosa.”
E io avevo avuto pazienza. Perché avevo un mutuo. Perché quella squadra, con tutti i suoi difetti, era diventata la mia. Perché a quarantacinque anni ricominciare da zero non è una frase coraggiosa: è un salto nel vuoto.
Per tredici anni avevo portato avanti quei contratti. Cercavo i clienti, trattavo le condizioni, costruivo le catene di fornitura, rimettevo insieme le emergenze quando qualcosa saltava all’ultimo minuto. La metà dei clienti aveva il mio numero personale, non quello dell’ufficio. Era più pratico così: se un carico si bloccava alle otto di sera, nessuno aspettava la mattina dopo per risolvere.
Paolo Santoro aspettò che Luca uscisse e abbassò la voce. Si sporse verso di me. Il suo dopobarba arrivò prima delle parole: pungente, dolciastro. Lo conoscevo da tredici anni, quell’odore.
— Valentina, non fare così. Siamo tra noi. Mia sorella me l’ha chiesto… che dovevo fare, dire di no a mia sorella? Il ragazzo è sveglio, si è laureato con il massimo. Ce la farà. E tu mi servi qui accanto: gli spieghi tutto, un mese, due al massimo, poi camminerà da solo.
Ero seduta sulla sedia riservata ai visitatori. Dura, con il rivestimento consumato ai bordi. Su quella sedia avevo passato tredici anni: riunioni, relazioni, promesse, rinvii.
— E per me? — domandai.
Lui esitò. Si slacciò il primo bottone della camicia.
— Vediamo, dai. Troveremo una soluzione. Lo sai che ti stimo. Senza di te qui non si va da nessuna parte.
Quattro promesse. E adesso un “vediamo”.
— Va bene, — dissi. — Allora mettiamolo per iscritto. Che cosa devo insegnargli, punto per punto.
Paolo Santoro fece una smorfia, come se gli avessi proposto qualcosa di indecente.
— Ma perché queste formalità, Valentina? Siamo persone di fiducia.
Persone di fiducia. Quelle che piazzano un nipote sulla sedia destinata a qualcun altro e poi si aspettano pure un sorriso.
Annuii soltanto. Uscii dal suo ufficio e tornai alla mia postazione. Aprii la cartella “Contratti”: nove nomi, nove storie, nove reti costruite dal nulla. Per ciascun cliente avevo annotazioni mie: chi decide davvero, che cosa non sopporta, quale sconto si aspetta, a che ora conviene chiamare. Nel CRM non c’era nulla di tutto questo. Era nelle mie tabelle. E nella mia testa.
Sei mesi prima avevo estinto il mutuo. In anticipo, grazie al premio ricevuto per Granito. Dodici anni di rate e poi, all’improvviso, fine. In quel momento avevo pensato: ecco, adesso posso respirare. Adesso arriva la stabilità.
Invece la stabilità era seduta nell’ufficio di Paolo Santoro, con una cravatta stretta e uno smartwatch al polso.
Richiusi la cartella. Poi la riaprii. Rifeci i conti: nove contratti, quarantuno milioni e trecentomila nell’ultimo anno.
Miei.
Non dell’azienda. Miei.
Luca cominciò spostando i mobili. Mise la scrivania vicino alla finestra, perché “lì la luce rende meglio”. Cambiò lo sfondo del computer con il logo di un qualche corso di business. E il terzo giorno introdusse un nuovo sistema di reportistica, dichiarando durante una breve riunione che il vecchio metodo, a suo parere, non era più efficiente.
