“Vattene da qui! Mi hai stancata, sempre in giro a guardare, a ficcare il naso dappertutto!” sputò Paola Neri, senza voltarsi, le spalle rivolte alla finestra mentre Chiara restava immobile nel corridoio

Inaccettabile indifferenza, casa trasformata in arena ostile.
Storie

Altri quarantotto mesi di pagamenti. Era tanto, certo, ma non impossibile. Se aveva retto da sola per gli ultimi tre anni, avrebbe retto anche per quelli che restavano.

Sua madre entrò senza fare rumore e posò accanto a lei un piattino con del formaggio tagliato a fette sottili. Non commentò, non fece domande, non cercò di consolarla. Chiara si accorse, quasi con sorpresa, di quanto le fosse mancato quel tipo di silenzio: un silenzio pulito, senza minacce sospese, senza la paura che da un momento all’altro sbattesse una porta o arrivasse una frase velenosa.

Giovedì, Emanuele le mandò un messaggio.

“D’accordo, mia madre se ne va. Vediamoci e parliamone.”

Chiara lo lesse una volta, poi una seconda. Quel “d’accordo” le rimase storto in gola. Sembrava che Paola Neri stesse concedendo un favore, non che fosse costretta a rimettere a posto un disastro creato da lei. Ma, in fondo, quello era un dettaglio.

Rispose: “Va bene. Domani sera, alle sette. Il bar in via Roma.”

Un luogo neutro. Era indispensabile.

Il locale non aveva nulla di speciale: tavolini vicino alle vetrate, musica bassa, odore di caffè e cornetti appena sfornati. Quando Chiara arrivò, Emanuele era già seduto. Aveva l’aria sfatta, le occhiaie scure, il giubbotto pieno di pieghe come se l’avesse indossato senza nemmeno guardarsi allo specchio.

— Ciao, — disse lui.

— Ciao.

Lei prese posto di fronte a lui e ordinò a una cameriera che si era avvicinata. Emanuele restò zitto, tormentando un tovagliolino di carta tra le dita.

— Se ne va questo fine settimana, — disse infine. — La aiuterò io con le sue cose.

— Bene.

— Chia… — Alzò gli occhi su di lei. — Tu torni?

Chiara lo osservò in silenzio. Quattro anni insieme. Quattro anni con un uomo che, in fondo, non era cattivo. Solo comodo. Comodo per tutti, tranne che per lei.

— Ci sto pensando, — rispose con sincerità.

— Non è un sì.

— Ma non è nemmeno un no.

Emanuele annuì lentamente. Accettò quella risposta. Anche questo era nuovo: un tempo avrebbe insistito, l’avrebbe fatta sentire in colpa, magari avrebbe telefonato a sua madre direttamente dal tavolino per chiederle cosa dire.

Arrivarono i caffè. Fuori passavano le auto; al tavolo accanto un gruppo di persone rideva per qualcosa.

— Non avevo capito che stessi così male, — mormorò lui.

— Lo avevi capito, — disse Chiara, senza rabbia. — Solo che era più comodo far finta di niente.

Lui non provò a difendersi. E pure questo, per lei, era una novità.

Chiara bevve un sorso di caffè e guardò oltre il vetro. Intanto, nella sua testa, aveva già cominciato a girare un pensiero preciso, non ansioso ma pratico: doveva controllare che nell’appartamento non ci fosse altro di cui lei non sapeva nulla. Qualcosa, nella telefonata con Paola Neri, l’aveva punta. Quella frase, “umanamente è casa sua”, era stata pronunciata con troppa sicurezza.

Troppa davvero.

Venerdì sera Chiara andò sotto casa. Non voleva entrare, soltanto vedere. Parcheggiò dall’altra parte della strada e rimase in macchina per una decina di minuti. Le finestre erano illuminate. Dietro le tende passava un’ombra: Paola Neri si muoveva da una stanza all’altra.

Chiara prese il telefono e chiamò Francesco Santoro, un avvocato che conosceva dai tempi dell’università. Non erano amici strettissimi, ma ogni tanto si sentivano per questioni pratiche.

— Francesco, ho bisogno di chiederti una cosa. Se un appartamento è intestato a una sola persona, il mutuo pure, e anche l’anticipo è stato pagato da quella persona, qualcun altro può pretendere una quota?

Dall’altra parte ci fu un breve silenzio.

— Parliamo di matrimonio?

— Sì. Ma mio marito non ha pagato nulla. Proprio nulla.

— Hai prove? Ricevute, estratti conto, movimenti bancari?

— Tre anni di pagamenti documentati. Tutto a nome mio.

— Allora, in caso di separazione dei beni o di contestazione, si può sostenere in modo molto solido che l’immobile è stato acquistato con risorse personali. A maggior ragione se lui non ha versato nemmeno l’anticipo. Perché me lo chiedi?

— Per ora per nessun motivo preciso, — rispose Chiara. — Voglio solo sapere come stanno le cose.

— Capito, — disse lui, e dalla voce sembrava quasi sorridere. — Comunque hai in mano quello che serve. Tieni stretti i documenti.

— Sono con me.

Il sabato iniziò con un messaggio di Emanuele: “Vieni verso mezzogiorno. Mamma sta preparando le valigie.”

Chiara arrivò alle dodici e mezza. Fu Emanuele ad aprirle. Aveva una faccia distrutta, come se non avesse chiuso occhio per tutta la notte. Dalla stanza arrivavano colpi secchi e rumori pesanti: qualcuno stava trascinando o spostando qualcosa.

Nell’ingresso c’erano un enorme borsone a quadri e due sacche. Chiara li guardò senza dire nulla.

— Ha messo via le cose principali, — spiegò Emanuele a bassa voce. — Il resto lo passerà a prendere più avanti.

— Quando, più avanti?

— Chia…

— Sto solo chiedendo.

Paola Neri uscì dalla camera con un’altra borsa, blu scura, gonfia fino quasi a scoppiare. Appena vide Chiara, si fermò.

Rimasero a fissarsi per tre secondi. Poi la suocera sbuffò e distolse lo sguardo.

— Ah, eccoti. Sei venuta.

— Sono venuta, — confermò Chiara, calma.

— Adesso puoi essere contenta. Hai ottenuto quello che volevi.

Chiara non replicò. Andò in cucina e mise il bollitore sul fornello. Dal corridoio sentiva Emanuele dire qualcosa alla madre a mezza voce, e lei rispondere con frasi spezzate, secche, irritate.

La cucina sembrava abbandonata da una settimana. Sul davanzale c’erano cerchi secchi lasciati dai bicchieri, sul tavolo briciole, sul piano cottura macchie di origine incerta. Chiara osservò tutto e pensò che, più tardi, avrebbe preso uno straccio e avrebbe rimesso ordine. Senza rabbia. Senza teatro. Lo avrebbe fatto e basta.

Dal corridoio arrivò la voce di Paola Neri, questa volta più alta:

— Io, per questo figlio, ho dato anni della mia vita! E lei viene qui a fare la padrona!

— Mamma, abbassa la voce, — la pregò Emanuele.

— Non abbasso proprio niente! Che senta! Ha i documenti, lei! — Il tono si fece sprezzante. — E allora? Che cosa cambia, con quei documenti? Io sono sua madre!

Chiara uscì dalla cucina e si fermò sulla soglia del corridoio.

— Paola Neri, i documenti cambiano eccome, — disse con voce ferma. — Significa che qui le decisioni le prendo io. Non lei.

La suocera si voltò di scatto.

— Tu…

— Per otto mesi sono rimasta zitta, — riprese Chiara, senza alzare la voce.

Amore o Soldi