La madre di Marco Grassi aveva piazzato una telecamera in cucina; Silvia Valentini se ne accorse per caso, dietro il portapane. Un minuscolo occhio nero fissava senza esitazione il tavolo da pranzo.
Sua suocera, dunque, aveva installato una telecamera proprio lì, in cucina, e l’aveva nascosta dietro il portapane. Quel puntino scuro sembrava osservare ogni gesto, ogni piatto, ogni parola detta durante i pasti.
Per un istante a Silvia venne l’impulso di strapparla via e buttarla direttamente nella spazzatura. La mano si mosse già verso l’apparecchio, ma lei si fermò. Se Paola Lupi si era messa a sorvegliarla, voleva dire che stava cercando qualcosa. O qualcuno.
E Silvia decise che avrebbe capito fino in fondo che cosa stesse succedendo.
Lei e Marco vivevano nel bilocale di lui. Silvia insegnava a scuola: usciva la mattina quando fuori era ancora buio e rientrava soltanto verso sera. Marco lavorava in fabbrica e di solito varcava la soglia di casa poco dopo di lei.

La loro vita scorreva tranquilla, senza scosse, finché alcuni mesi prima Paola Lupi, madre di Marco, non si era trasferita da loro.
— Solo per un po’ — aveva annunciato, lasciando la valigia nell’ingresso. — Finché Luca non sistema la faccenda della casa.
Luca Sorrentino, il figlio minore di Paola, aveva perso l’appartamento in affitto: il proprietario lo aveva venduto, e lui da allora passava da un divano all’altro, ospite di amici diversi.
Fin dal primo giorno, però, Paola si era comportata come se quelle stanze fossero sue. Prima aveva cambiato posto a piatti, tazze e pentole, “perché così è più logico”. Poi aveva eliminato il ficus di Silvia dal davanzale, sostenendo che “faceva solo polvere”.
A cena, inoltre, non mancava mai di giudicare ciò che la nuora cucinava: una volta c’era troppo sale, un’altra la carne era dura, un’altra ancora l’insalata non andava bene.
Marco, ogni volta, chiudeva la questione allo stesso modo:
— Mamma è anziana. Abbi pazienza ancora un po’, presto se ne andrà.
Una sera Silvia vide Marco riporre una cartellina con i documenti dell’appartamento dentro un pensile della cucina. La infilò dietro alcuni barattoli di cereali e mormorò qualcosa tipo: “Qui di sicuro non si perde”.
Proprio in quel momento Paola Lupi entrò in cucina. Rimase vicino ai fornelli, lanciò un’occhiata verso il mobiletto e non disse nulla. Silvia allora non diede peso alla cosa. Avrebbe dovuto farlo.
Circa una settimana prima, durante la cena, Paola aveva comunicato con aria pratica:
— Ho fatto mettere una telecamera sul pianerottolo, sopra la nostra porta. Il palazzo non è poi così tranquillo, non si sa mai.
Marco l’aveva aiutata a collegarla al Wi-Fi, e l’applicazione era rimasta installata sul suo telefono. Silvia aveva annuito e poi se n’era dimenticata. Una telecamera fuori dalla porta poteva anche avere senso.
Ma quella nascosta dietro il portapane era la seconda. E di quella, Paola Lupi non aveva detto una sola parola.
