— Ma ti rendi conto di quello che hai fatto, Giada? — La voce di Caterina Pagano tremava, carica di indignazione.
Giada Grassi appoggiò lentamente sul pavimento dell’ingresso le borse della spesa. Sua suocera era piantata al centro del corridoio, le braccia incrociate sul petto, lo sguardo duro di chi sta per pronunciare una sentenza. Poco più in là, Claudio Palmieri, suo marito, restava immobile con un’aria colpevole e gli occhi bassi.
— Che cosa avrei fatto, esattamente? — domandò Giada con stanchezza, sfilandosi la giacca.
— Hai comprato un appartamento! Senza dirci niente! — Caterina lo disse come se Giada avesse commesso il crimine del secolo.
— È casa mia. L’ho pagata con i miei soldi.

— I tuoi soldi? Ma quali soldi tuoi! Siete una famiglia! In una famiglia tutto si condivide! E tu invece hai messo da parte di nascosto e ti sei presa un bilocale in periferia!
Giada chiuse un istante gli occhi. Il mal di testa stava tornando, puntuale e violento, come accadeva quasi sempre dopo le visite della suocera.
— Caterina, ho venduto l’appartamento che mi aveva lasciato mia nonna. Erano beni personali. Avevo tutto il diritto di usarli come ritenevo opportuno.
— Ma siamo parenti, siamo famiglia! — insistette la donna, senza abbassare il tono. — A Claudio serviva una macchina! Marta Sorrentino aveva bisogno di rifare la stanza! A me si è quasi rotto il frigorifero! E tu hai speso tutto per te stessa!
— Ho comprato una casa. Per me e per mia figlia.
Caterina spalancò la bocca, come se quelle parole l’avessero colpita fisicamente.
— Per te e Sofia Rinaldi? E Claudio allora che cos’è, un estraneo?
Giada sollevò lo sguardo verso il marito. Lui fissava il pavimento e taceva, esattamente come faceva ogni volta.
— Che risponda Claudio — disse lei a bassa voce. — Mi considera davvero parte della sua famiglia?
Otto anni prima, Giada Grassi aveva sposato Claudio Palmieri. Lei aveva ventisei anni, lui ventotto. Claudio lavorava come responsabile commerciale in una ditta, mentre Giada faceva la contabile in una piccola azienda. Dopo un anno era nata Sofia Rinaldi, una bambina vivace, piena di risate, con gli stessi occhi del padre.
Per i primi tre anni avevano vissuto in affitto. Non navigavano nell’oro, ma avevano una vita propria. Caterina Pagano passava a trovarli una volta al mese: arrivava con una torta o una teglia di qualcosa, criticava l’ordine della casa, dava consigli non richiesti e poi se ne tornava nel suo appartamento dall’altra parte della città.
Tutto cambiò quando Claudio rimase senza lavoro.
Il licenziamento arrivò all’improvviso: tagli al personale, riorganizzazione, tempi difficili, tante scuse e una stretta di mano. Per tre mesi cercò un nuovo impiego, ma le offerte erano o pagate pochissimo o poco chiare. I risparmi iniziarono ad assottigliarsi. L’affitto portava via metà delle entrate.
— Venite da me — propose allora Caterina. — Che senso ha buttare soldi per una casa non vostra? Da me lo spazio c’è.
Giada si oppose subito. Sapeva bene che trasferirsi dalla suocera avrebbe significato rinunciare alla loro intimità, alle loro abitudini, perfino al diritto di chiudere una porta senza dover dare spiegazioni. Ma Claudio insistette.
— Giada, sarà solo per un po’. Tre o quattro mesi al massimo. Trovo un lavoro, mettiamo da parte qualcosa e ce ne andiamo.
Alla fine lei cedette. Tre mesi, si disse.
Restarono a casa di Caterina Pagano per cinque anni.
Claudio trovò un nuovo posto dopo sei mesi: lo stipendio era più basso di quello precedente, ma almeno arrivava con regolarità. Giada continuò a lavorare e ogni mese consegnava alla suocera la sua parte per la spesa e le bollette. Nel frattempo risparmiava quanto poteva, euro dopo euro, aggrappandosi al sogno di avere di nuovo una casa tutta sua.
Caterina, però, non aveva alcuna intenzione di lasciarli andare.
— Ma perché volete andarvene? — ripeteva. — Stiamo così bene insieme! Io bado a Sofia mentre voi lavorate, cucino, lavo, tengo tutto in ordine. Per voi è una comodità enorme!
Comodo, sì. Ma solo per Caterina Pagano.
