Nel cortile, poi, svettavano vecchi pini, alti e profumati di resina, che gettavano ombra nelle ore più calde.
Marco fece il giro del terreno in silenzio, osservando il perimetro, il vialetto, la facciata consumata dal tempo. Alla fine si fermò e, quasi controvoglia, ammise:
— Sai una cosa? Qui è davvero bello.
Fu allora che decisero di non vendere. Quella casa, conquistata dopo tanta fatica, sarebbe rimasta a loro.
L’anno seguente passò quasi interamente tra polvere, preventivi e lavori. Marco si occupò del tetto, sostituì gli infissi, sistemò tutto ciò che richiedeva forza e pazienza. Sofia Pellegrini, invece, mise mano al giardino e agli interni: scelse colori chiari, stoffe leggere, mobili semplici ma pieni di calore.
A poco a poco, quell’edificio dimenticato da tutti smise di sembrare un rudere e diventò un rifugio accogliente, il posto in cui respirare, riposare, sentirsi finalmente a casa.
Per la prima volta dopo tanto tempo, Sofia si sentiva davvero felice.
All’inizio dell’estate pubblicò qualche fotografia sui social.
C’era la veranda bianca, arredata con poltroncine di vimini e cuscini color sabbia.
C’era l’amaca tesa tra due pini, perfetta per leggere nelle sere tranquille, quando l’aria sapeva di mare.
C’erano le rose fiorite accanto al cancelletto: non un semplice cespuglio, ma quasi un piccolo viale, con varietà diverse e colori che cambiavano a ogni passo.
E poi c’era il tramonto, fotografato dalla loro terrazza, con il sole che scendeva lento sull’acqua.
Sotto quelle immagini comparvero decine di commenti entusiasti. Le amiche le chiedevano il nome dell’hotel, convinte che fosse in vacanza in qualche struttura elegante. Alcuni colleghi, increduli, continuavano a domandarle se quella fosse davvero casa sua.
Qualche giorno più tardi, arrivò una telefonata inattesa dalla madre di Marco.
La sua voce era diversa dal solito: morbida, zuccherosa, quasi troppo affettuosa.
— Sofietta, ho visto le tue foto. Ma che meraviglia avete tirato fuori da quella casetta!
— Grazie, — rispose Sofia, subito in allerta.
— Non sembra nemmeno la stessa. Pare uscita da una rivista di arredamento. Prima o poi dovrò proprio venire a vedere con i miei occhi questo vostro gioiellino.
— Certo… un giorno, magari.
— Il mare è vicino?
— Cinque minuti a piedi.
— Splendido! Va bene, ti abbraccio. Saluta tanto Marco Coppola da parte mia!
Appena chiuse la chiamata, Sofia sentì stringersi lo stomaco. In tre anni di matrimonio aveva imparato a riconoscere ogni sfumatura nella voce della suocera. E quel passaggio improvviso dal disprezzo all’ammirazione le sembrava tutt’altro che innocente.
Una settimana dopo, i suoi timori trovarono conferma.
La suocera si presentò sulla soglia con due valigie enormi. Il taxi ripartì subito, senza nemmeno aspettare che qualcuno aprisse. Sofia era in grembiule, con una frusta da cucina in mano: stava preparando la meringa.
— Mamma? Non ci avete avvisati…
— Volevo farvi una sorpresa! — esclamò la donna, stampandole un bacio sulla guancia prima di infilarsi in casa.
Entrò come se quel posto le appartenesse da anni. Si tolse le scarpe con calma, appoggiò la borsetta sulla consolle dell’ingresso e cominciò a guardarsi intorno.
Passò da una stanza all’altra, sfiorando le tende con le dita, premendo sui divani per provarne la morbidezza, osservando ogni dettaglio con aria competente.
Poi, con il tono di chi concede un’approvazione importante, commentò:
— Avete scelto bene la carta da parati. Anche le piastrelle del bagno sono azzeccate.
Subito dopo, senza la minima esitazione, annunciò:
— Ho deciso di passare qui tutta l’estate. L’aria di mare fa bene alla mia età.
