— Emma, ci ho pensato e ho preso una decisione: il mio stipendio resta mio. Sono io che me lo guadagno, quindi sono libero di spenderlo come mi pare. Per i miei sfizi, per la macchina, per dare una mano a mia madre. In casa, invece, si vivrà con quello che prendi tu. Sei tu quella parsimoniosa, no? Quella che scova le offerte nei supermercati come un segugio. E allora accomodati: la gestione è tutta tua.
Io continuai a strofinare con la spugna una vecchia macchia di unto sulle piastrelle sopra i fornelli. Grattavo con tanta rabbia che, sotto i guanti di gomma, le unghie avevano cominciato a farmi male. Il rumore era acuto, fastidioso, quasi un lamento. Lo straccio si muoveva avanti e indietro, ma non mi voltai. Nell’aria c’era l’odore aggressivo del detergente, mescolato a quello del sugo bruciacchiato: Matteo si era dimenticato di nuovo di spegnere il fornello mentre travasava lo spezzatino.
— Soldi personali, quindi — dissi, lasciando uscire il fiato piano, senza smettere di pulire. — Matteo, ti sembra normale? Abbiamo un mutuo per i prossimi vent’anni e Lorenzo quest’anno comincia la scuola. Materiale, grembiule, libri… Hai almeno idea di quanto costi oggi fare la spesa decentemente, se non vuoi campare solo di pasta in bianco?
— Oddio, non ricominciare — sbuffò lui, attraversando la cucina e battendo pesantemente i talloni sul laminato. — Devi sempre farne una tragedia. Non ho mica detto che non ti darò mai niente. Se proprio saremo messi male, me lo chiederai e ci penserò. Però, in linea generale, il bilancio familiare lo segui tu. Sei tu quella tutta principi e giustizia. Vediamo allora questi miracoli di contabilità.
Si lasciò cadere sulla sedia e accese la televisione a volume altissimo. Stavano trasmettendo uno di quei programmi idioti in cui tutti urlano sopra tutti, e quel frastuono mi si piantò nelle tempie peggio del trapano del vicino. Anche quelli del piano di sopra, del resto, facevano la loro parte: erano in ristrutturazione da quasi due anni, e il ronzio regolare del trapano oltre la parete era diventato la colonna sonora della nostra vita familiare, che si sgretolava un giorno dopo l’altro.

Mi asciugai le mani sul grembiule e finalmente mi girai verso mio marito. Matteo se ne stava seduto con la sua maglietta preferita, ormai deformata, frugandosi tra i denti con uno stuzzicadenti, e tutto in lui diceva che la questione era chiusa. Il mio Matteo di un tempo, quello tenero, quello che mi prometteva mari e monti, era sparito. Al suo posto c’era un uomo convinto che, siccome si considerava il “capofamiglia”, i suoi bisogni venissero sempre prima; i miei, invece, avrebbero dovuto arrangiarsi da soli.
— Matteo, stai parlando sul serio? — chiesi, appoggiandomi al lavello e sentendo il freddo del metallo attraverso la maglietta di casa. — Io guadagno settecento euro. Trecentocinquanta se ne vanno per il mutuo. Ne restano altri trecentocinquanta. Per tre persone. Sono poco più di cento euro a testa al mese. Mi stai proponendo di mangiare con tre euro al giorno, contando anche Lorenzo?
— C’è gente che vive con meno — rispose, senza nemmeno voltarsi. — Compra cereali, verdure di stagione. E poi tutta quella carne fa male, l’ho letto. Insomma, Emma, non appesantirmi la serata. Domani devo andare a vedere dei cerchi nuovi per la macchina, mi servono soldi.
In quell’istante capii che nella sua testa era già tutto sistemato. Aveva preparato il piano, lo aveva approvato da solo e me lo stava semplicemente comunicando. E in quel piano io non ero sua moglie: ero un servizio gratuito incaricato di garantire il benessere del suo piccolo regno domestico.
