“Meglio sapere con certezza che restare a immaginare” ripeteva Federico, parole che ora tormentano Giulia

Un sacrificio silenzioso e ingiustamente straziante.
Storie

Tasse, imposte e utenze, dicevano, erano diventate un peso insostenibile. Per questo, le ripetevano ogni volta, avevano assoluto bisogno del suo aiuto.

Giulia De Santis aprì il filmato successivo. Dicembre. Gli stessi volti. Stavolta un uomo, con un metro a nastro in mano, prendeva le misure della facciata. Un altro fotografava gli infissi. Poi l’immagine cambiava: sulla veranda comparivano un tavolo, alcune bottiglie, bicchieri di plastica. Le persone ridevano, brindavano. La neve sui gradini era stata spalata con cura e il vialetto risultava cosparso di sabbia.

Giulia chiuse per un momento gli occhi. Le tornarono in mente le parole di Paola Gatti: «Noi lì non ci andiamo, ci fa troppo male. Ogni angolo ci ricorda Federico». Quante volte aveva ascoltato quella frase? Quante volte, mentre consegnava denaro o faceva un bonifico, aveva visto sui loro volti quell’espressione addolorata?

Si alzò e cominciò a camminare per la stanza. Dentro di lei non cresceva disperazione, ma una lucidità fredda, quasi contabile. L’abitudine professionale le imponeva di cercare prove, non impressioni. Aprì sul portatile la cartella in cui, per anni, aveva conservato ricevute, quietanze e trasferimenti. Ogni cifra era lì. Ogni data era segnata.

Cinque anni. Sessanta mesi. Trecento euro alla volta. I numeri si disposero davanti ai suoi occhi come una colonna ordinata, e il totale finale la costrinse a stringere le labbra. Con quei soldi avrebbe potuto sistemare il suo appartamento, concedersi una vacanza, curare meglio la propria salute. Invece erano finiti a persone che, a giudicare da quelle registrazioni, disponevano della sua proprietà senza nemmeno informarla.

La mattina dopo chiamò l’ufficio e prese un giorno libero. Poi compose il numero del suocero.

— Oggi passo da voi — disse con voce piatta, controllata. — Dobbiamo parlare della casa.

Dall’altra parte seguì un silenzio innaturale.

— Che cosa c’è con la casa? — chiese Sergio Ferretti, cauto.

— Ne parleremo di persona.

Il tragitto le sembrò più lungo del solito. Seduta sull’autobus, guardava fuori dal finestrino senza pensare a una lite. Non voleva urlare, né lanciare accuse. Voleva soltanto che le cose venissero dette per quello che erano.

Nell’appartamento dei suoceri c’era odore di cipolla soffritta e medicine. Paola Gatti le aprì con uno sguardo sorpreso.

— Sei venuta senza avvisare… È successo qualcosa?

Giulia si tolse il cappotto, lo appese con calma all’attaccapanni e raggiunse il soggiorno.

— Sì — rispose. — Ho visto le registrazioni delle telecamere.

Sergio Ferretti impallidì.

— Quali registrazioni?

Lei prese il telefono, avviò i video e posò l’apparecchio sul tavolo. Le immagini scorrevano una dopo l’altra: il fuoristrada, il metro sulla facciata, le risate sulla veranda. Nella stanza calò un silenzio pesante; si sentiva soltanto il ticchettio dell’orologio.

— Mi avete detto che non andavate mai lì — disse Giulia. — Che la casa era abbandonata. Che per voi era troppo doloroso tornarci.

Paola Gatti si lasciò cadere su una sedia.

— Noi… volevamo venderla — mormorò. — Ci servivano soldi.

— Venderla? — Giulia sollevò appena le sopracciglia. — Senza il mio consenso?

Sergio Ferretti provò a riprendere in mano la situazione.

— Pensavamo che tanto tu non ci andassi mai. E poi i debiti… Sai bene anche tu che per noi non è facile.

Giulia lo fissò con attenzione.

— So quanto vi ho trasferito in questi cinque anni. E so anche che la casa è intestata a me e a Federico De Santis. Dopo la sua morte, la mia quota mi appartiene pienamente. Voi non avete alcun diritto di gestirla senza coinvolgermi.

Il suocero abbassò gli occhi.

— Non abbiamo firmato niente — borbottò. — L’abbiamo soltanto fatta vedere a qualche possibile acquirente.

— E avete anche festeggiato? — domandò lei a bassa voce.

Nessuno rispose.

Giulia non provava rabbia. Sentiva soltanto una stanchezza profonda, quella che nasce quando ci si accorge di essere stati ingannati troppo a lungo.

— Da oggi smetto di versare denaro — dichiarò con fermezza. — Se esistono documenti reali su un debito, li controlleremo con un avvocato. Se non esistono, per me la questione finisce qui.

Paola Gatti singhiozzò.

— Ma noi siamo famiglia…

— La famiglia non mente — rispose Giulia, senza alzare la voce.

Si alzò. Nessuno cercò di trattenerla.

Una volta in strada, inspirò a fondo l’aria gelida. Le sembrò che un peso enorme le fosse scivolato via dalle spalle. Per la prima volta dopo molti anni, aveva preso una decisione non per senso di colpa, ma per buon senso.

Nelle settimane successive si rivolse a un notaio, recuperò vecchi fascicoli, fece esaminare la scrittura privata. Emersero presto le irregolarità: quel documento era stato redatto male e non aveva valore legale. Federico De Santis aveva davvero contratto un finanziamento, ma dopo la sua morte l’assicurazione aveva estinto ogni obbligo. I suoceri avevano taciuto quella parte.

Quando l’avvocato le comunicò la conclusione, Giulia non provò soddisfazione. Avvertì solo amarezza. Cinque anni di fiducia si erano sbriciolati in un istante.

Decise allora di andare nella casa fuori città.

La neve copriva il terreno con uno strato compatto, ma il vialetto era battuto. Giulia aprì il cancello con la propria chiave. Nel cortile tutto appariva in ordine, come se qualcuno si fosse occupato regolarmente di pulire e sistemare.

All’interno la accolse un odore di legno e gelo. Attraversò le stanze sfiorando le pareti con la mano. Lì Federico aveva riso, discusso con gli operai, immaginato il domani. Quella casa era stata pensata per il loro futuro, non per diventare merce di scambio negli affari di altri.

Amore o Soldi