“«La casa in paese la lasci libera» — la suocera annuncia che i suoi parenti si trasferiranno, lasciando Alessia incredula accanto al lavatoio”

Ingiusta, crudele decisione strappa il cuore della casa.
Storie

Alessia rimase a fissare quelle scatole più a lungo del necessario. Senza volerlo, nella mente le si formò un’immagine nitida: Giada Martini che si muoveva per casa come fosse sua, appendeva asciugamani nuovi in bagno, trascinava dentro borse e borsoni estranei, sistemava i bambini sugli sgabelli perché potessero guardare fuori dalla finestra. E poi, un giorno, con naturalezza, avrebbe detto: «Ormai ci siamo ambientati».

Quel pensiero ebbe su di lei un effetto più forte di qualunque caffè. Prese il telefono e chiamò il fabbro del paese vicino, lo stesso che in autunno le aveva montato il nuovo chiavistello al cancello.

— Riesce a passare domani? — gli chiese, senza troppi giri di parole. — Devo cambiare la serratura della porta d’ingresso. E anche quella del capanno.

— Dopo pranzo posso venire — rispose l’uomo.

— La aspetto.

Il giorno seguente Alessia lo accolse direttamente al cancello. Gli indicò con precisione cosa andava sostituito e dove, poi rimase lì finché non vide che le vecchie cilindrature venivano smontate e portate via insieme agli attrezzi. Non voleva lasciare nulla al caso.

Più tardi passò da Nina Pagano, la vicina che abitava due case più in là e che, a differenza di molti altri, restava lì tutto l’anno.

— Nina, se vede qualcuno davanti al mio cortile con valigie o borse, mi chiami subito. Soprattutto se dovessero dire che hanno il permesso.

La donna spalancò le braccia, quasi sollevata di poter finalmente parlare.

— Ma io volevo proprio dirtelo! Tua suocera è venuta già sabato scorso. E non era sola. C’era una donna con lei, e anche un ragazzino. Sono rimasti davanti alla recinzione a guardare dentro, parlavano dell’orto, del locale sul retro, di come era sistemata la casa. Io pensavo che tu lo sapessi.

Per qualche secondo Alessia non rispose. Guardò Nina Pagano in silenzio, e in quel silenzio tutti i pezzi andarono al loro posto. Dunque non era stata una proposta buttata lì all’improvviso. Non era un’idea infelice nata durante una conversazione. Non era nemmeno una frase scappata per arroganza. Avevano già portato qualcuno a vedere la casa. L’avevano già mostrata da fuori. Avevano già fatto progetti su quanto sarebbe stato comodo viverci.

— Grazie per avermelo detto — mormorò soltanto.

Rientrò in città quando era già tardi. L’appartamento era suo, comprato prima del matrimonio: due stanze, non grande, ma solido, suo in ogni angolo. Dopo le nozze Marco De Santis si era trasferito lì, e per anni le era sembrata la cosa più normale del mondo. Adesso, però, quella normalità assumeva un’altra forma. Negli ultimi tempi lui si comportava sempre più spesso come se ciò che apparteneva a lei gli spettasse per diritto naturale. Non solo la casa fuori città. Anche il suo tempo. Le sue energie. La sua tranquillità.

Marco la stava aspettando nell’ingresso.

— Perché non rispondevi al telefono?

— Ero occupata.

— Mia madre, tra l’altro, è offesa.

Alessia si sfilò la giacca, la appese al gancio e solo dopo sollevò lo sguardo su di lui.

— Ho cambiato le serrature.

Lui batté le palpebre.

— Quali serrature?

— Quelle della casa. E del capanno. Là non ha più chiavi nessuno.

— Ma ti senti? — Marco alzò subito la voce. — Che bisogno c’era di fare tutta questa sceneggiata?

— Il bisogno nasce dal fatto che tua madre ha già portato persone davanti alla mia proprietà per mostrargliela. Me l’ha detto la vicina.

Marco esitò per una frazione di secondo. Bastò quella pausa, minima ma inequivocabile, perché Alessia capisse tutto.

— Quindi lo sapevi — disse.

— Non è che lo sapessi proprio… Mamma mi aveva chiesto di accompagnarla a dare un’occhiata. Non pensavo che ti saresti infuriata così.

— Non mi sono infuriata. Ho solo deciso di non farmi prendere in giro.

Marco andò in cucina, aprì il frigorifero, prese una bottiglia d’acqua e bevve alcuni sorsi. Quando parlò di nuovo, nella voce c’era un’irritazione ormai scoperta.

— Alessia, tu porti sempre tutto all’estremo. Si poteva aiutare in modo normale, da persone civili. Tanto lì non ci vivi mica tutto l’anno. Che ti costava? Ti dispiaceva così tanto?

Lei restò appoggiata allo stipite della porta. Il viso era immobile, ma le dita si erano serrate con forza.

— Dispiacermi? No. Mi disgusta che abbiate deciso alle mie spalle che ciò che è mio diventa di tutti, e ciò che è di tutti alla fine diventa di tua madre. Questo sì, mi disgusta.

— Eccoti, ricominci.

— No, Marco. Hai cominciato tu. Nel momento in cui hai accompagnato tua madre a valutare una casa non sua come se fosse un alloggio libero.

Lui posò la bottiglia sul tavolo con tanta violenza che l’acqua traboccò dal collo.

— Non sua, non sua… E io allora chi sono per te? Uno qualsiasi?

— Sei mio marito. E proprio per questo avresti dovuto difendere i miei confini, non fare da intermediario per occuparli.

— Che paroloni.

— Parole precise.

Alessia entrò in camera, aprì l’armadio e tirò fuori una borsa da viaggio.

— Che stai facendo? — domandò Marco, secco.

— Ti preparo le cose. Stanotte dormirai da tua madre.

— Sei impazzita?

— No. Ho solo smesso, finalmente, di fingere che non sia successo niente di grave.

Lui fece un passo verso di lei.

— Non hai il diritto di buttarmi fuori.

Alessia si voltò di scatto, con una fermezza tale che lui si arrestò da solo.

— Questo appartamento è mio. Acquistato prima del matrimonio. Adesso uscirai da qui con le tue gambe e senza scene. In caso contrario chiamo le forze dell’ordine e spiego che una persona, dopo un conflitto, si rifiuta di lasciare l’abitazione della proprietaria.

Marco la fissò come se la vedesse per la prima volta. Forse era proprio così. In passato Alessia aveva smussato tutto. Aveva taciuto quando Flaminia Moretti criticava la sua cucina. Non aveva protestato quando la suocera si presentava senza avvisare. Aveva sopportato le promesse di Marco, che doveva andare ad aiutarla nella casa fuori città e all’ultimo trovava sempre qualcosa di più urgente. Con ogni piccola concessione, senza accorgersene, era diventata agli occhi di quella famiglia una donna capace di ingoiare qualunque cosa.

— Per la casa? — chiese lui, con voce cupa. — Stai distruggendo una famiglia per una casa?

— Non per la casa. Perché hai deciso di disporre di qualcosa che non ti appartiene. Oggi è la casa. Domani cosa sarà? Chi altro porterai dentro la mia vita solo perché tua madre lo pretende?

Lui provò ancora a discutere. Le disse che era troppo dura, che si poteva sistemare tutto, che sua madre voleva soltanto dare una mano a dei parenti. Ma intanto stava già infilando i vestiti nella borsa. Apriva i cassetti con rumore, lanciava le magliette, faceva apposta a sbattere ogni cosa. Alessia non intervenne. Rimase vicino alla finestra, ascoltando quel frastuono inutile, finché comprese di non provare né rimpianto né paura. Solo una stanchezza enorme per una finzione durata troppo.

Prima di uscire, Marco gettò le chiavi sul mobiletto dell’ingresso.

— Quando ti sarai calmata, chiamami.

— Non aspettartelo — rispose lei.

La porta si richiuse. Alessia girò subito la serratura e sfilò la chiave dall’interno. Poi raccolse il mazzo lasciato sul mobile, lo ripose in un cassetto e solo allora si sedette. Non a terra, non in preda a una crisi, non in una posa drammatica da serie televisiva. Si sedette semplicemente sulla panchetta dell’ingresso. Rimase immobile per alcuni minuti, poi sollevò la testa, vide il proprio riflesso nel vetro scuro e sorrise appena, con un’ironia breve e quasi cattiva.

Ecco tutto. A quanto pare, basta smettere di tacere una sola volta perché le persone ricordino molto in fretta dove finisce il loro e dove comincia quello degli altri.

Il giorno dopo fu Flaminia Moretti a telefonare.

— Ma come ti permetti? — attaccò, senza nemmeno salutare. — Marco ha dormito da me per colpa delle tue follie.

— Non per colpa delle mie. Per colpa delle sue.

— Non sai proprio dare valore a tuo marito. Per una casetta qualunque sei arrivata a tanto?

Amore o Soldi