— La casa in paese la lasci libera: ci si trasferiscono dei miei parenti, — annunciò la suocera.
Alessia Serra, sulle prime, non capì nemmeno che quella frase fosse rivolta a lei. Era ferma accanto al lavatoio esterno, si scuoteva l’acqua dalle dita dopo aver lavorato nella serra e guardava quasi senza vedere le aiuole, dove le prime piantine verdi avevano già bucato la terra. Una folata trascinava per il cortile una polvere secca di polline, faceva oscillare il vecchio melo vicino alla recinzione; nel capanno, intanto, le galline che lei aveva lasciato uscire poco prima sbattevano indispettite contro il trespolo.
La giornata era cominciata senza ombre. Alessia era arrivata da sola per il fine settimana, come faceva ogni primavera e per buona parte dell’estate. Bisognava riaprire la casa dopo i giorni di lavoro in città, controllare la stufa, togliere la polvere, dare un’occhiata alla piccola sauna, spazzare il cortile, passare in rassegna l’orto. Erano incombenze che non le pesavano. Anzi, le piacevano. Lì niente le sembrava estraneo, provvisorio o preso in prestito. Quella casa le era stata lasciata da sua zia Elena Sorrentino, la sorella maggiore di suo padre. Elena aveva vissuto in quel paese per tutta la vita, tenendo tutti a distanza, e quando alla fine le forze l’avevano tradita aveva chiamato proprio Alessia. Non la suocera, non qualche lontano cugino spuntato all’improvviso, non i vicini: lei. Ci erano voluti sei mesi per sistemare le pratiche dell’eredità e poi un altro anno per rimettere in sesto ogni cosa: rappezzare il tetto, sostituire le assi marce del capanno, svuotare il ripostiglio pieno di roba vecchia, ridare respiro al giardino.
Alessia si era affezionata a quel posto non come ci si affeziona a quattro muri, ma come ci si lega a una memoria. In cucina c’era ancora il mobiletto stretto di legno dove zia Elena conservava i cereali. Nella stanza sotto la finestra erano appesi dei centrini ricamati: non per ornamento, ma perché li aveva fatti lei con le proprie mani e ne andava fiera. Sulla veranda scricchiolava la panca che il padre di Alessia, quando era ancora vivo, aveva riparato in una sola sera. Nulla di tutto ciò valeva grandi somme, eppure aveva un prezzo che non si poteva spiegare a chi arrivava solo per misurare il cortile a passi e immaginare dove sistemare un armadio non suo.
Circa un’ora e mezza dopo il suo arrivo, un’auto frenò davanti al cancelletto. Alessia non si stupì troppo nel vedere scendere prima la suocera, Flaminia Moretti, e poi suo marito, Marco De Santis. La sorpresa fu un’altra: nessuno dei due aveva avvisato.

— Abbiamo pensato di passare a trovarti, — disse Flaminia con una vivacità forzata, come se non fosse entrata in una casa altrui, ma nella propria villetta di campagna. — Marco mi ha detto che eri qui.
Alessia si limitò ad annuire. Che cosa avrebbe dovuto rispondere? Non aveva alcun desiderio di farli entrare, ma non voleva nemmeno iniziare una discussione sulla soglia. Marco salutò con un cenno misurato, distolse subito lo sguardo e si chinò verso il bagagliaio per prendere una borsa.
— Mamma ha portato delle focacce… — cominciò, poi si interruppe di colpo, incrociando gli occhi della moglie.
— Ho preparato delle polpette e dei cetrioli in salamoia, — si corresse Flaminia. — Non potete mica stare qui a mangiare pane secco.
Alessia li fece entrare. In quel momento le parve soltanto una visita sgradevole, ma tutto sommato ordinaria. La suocera aveva l’abitudine di comparire senza invito, di controllare come vivessero gli altri, di distribuire consigli anche quando nessuno glieli chiedeva. Eppure, quel giorno, nel suo modo di fare c’era qualcosa di diverso: un’eccessiva sicurezza, un’aria troppo pratica, quasi da sopralluogo.
Non andarono subito in cucina, come fanno di solito gli ospiti. Flaminia si mise a girare lentamente per il cortile, si fermò davanti al capanno, diede un’occhiata alla sauna, picchiettò con le nocche sulle assi nuove del portico. Marco la seguiva in silenzio.
— È tutto piuttosto solido, — osservò la suocera. — Non cade a pezzi.
— Dovrebbe? — chiese Alessia, asciutta.
— Era solo per dire. In paese molte case ormai sono storte, qui invece la struttura regge bene. E anche la posizione è comoda. Il negozio è vicino, passa l’autobus, c’è l’acqua, la stufa funziona. Per viverci, non è niente male.
Alessia si raddrizzò, appoggiò una mano al pilastro della veranda e fissò il marito. Lui fece finta di esaminare il tetto della sauna.
— Hai rifatto anche la copertura del capanno? — domandò, come se fossero venuti fin lì solo per parlare di manutenzione.
— Sì. In autunno.
— Ti ostini sempre a fare tutto da sola, — intervenne Flaminia. — Bastava dirlo prima. Un uomo in casa ce l’hai.
Alessia lasciò uscire una breve risata senza allegria. Detta da Flaminia Moretti, quella frase suonava quasi perfetta. Per tutta la stagione precedente Marco si era fatto vedere lì due volte. La prima per cuocere carne alla griglia, la seconda perché bisognava portare dalla città vernice e attrezzi. In entrambe le occasioni, però, gli interessavano molto più il telefono e la possibilità di ripartire presto che il lavoro da fare.
Mentre Alessia versava la composta nelle tazze, Flaminia era già entrata in casa. Non si tolse nemmeno le scarpe sulla soglia; rallentò appena, come se cercasse di ricordare la disposizione delle stanze, benché fosse stata lì solo un paio di volte. Sbirciò nella camera grande, poi in quella piccola, dove c’erano un letto stretto e una vecchia cassettiera, quindi spalancò la porta del ripostiglio.
— C’è spazio, — disse a mezza voce, ma abbastanza forte perché tutti la sentissero. — Molto spazio, direi. E l’aria qui è tutta un’altra cosa. Per dei bambini sarebbe l’ideale.
Alessia posò lentamente sul tavolo il coltello con cui stava tagliando il pane. Fu in quell’istante che dentro di lei qualcosa si serrò in un nodo duro, vigile. Non era paura, e nemmeno confusione. Era un’intuizione improvvisa: la conversazione non avrebbe riguardato la serra, né la sauna, né il piacere di respirare aria buona in paese.
Marco si sedette su uno sgabello e tenne gli occhi puntati sul piano del tavolo.
— Quali bambini? — chiese Alessia, imponendosi un tono calmo.
— Qualcuno c’è, — rispose evasiva la suocera, passando le dita sul davanzale. — Qui si potrebbe mettere un tavolo. Di là i letti. E d’estate, sulla veranda, sarebbe una meraviglia.
Alessia non ascoltava più le considerazioni sul tavolo. Guardava suo marito. Avrebbe voluto che lui alzasse la testa e dicesse, almeno una volta con chiarezza, che cosa stava succedendo. Ma Marco restava zitto, come se fosse stato portato lì per caso e non sapesse nulla nemmeno lui.
Flaminia Moretti tornò in cucina, si accomodò di fronte ad Alessia e intrecciò le mani sul tavolo con l’espressione di chi si prepara a comunicare qualcosa di importante, deciso e non discutibile.
Fu allora che pronunciò quella frase.
— La casa in paese la lasci libera: ci si trasferiscono dei miei parenti.
Dopo quelle parole, in cucina calò un silenzio così compatto che da fuori arrivò persino lo scricchiolio del cancelletto mosso dal vento. Alessia rimase per alcuni secondi a fissare la suocera senza battere le palpebre. Non balzò in piedi, non gridò, non batté la mano sul tavolo. Rimase seduta, immobile e muta. Flaminia Moretti, a quanto pare, scambiò quel silenzio per smarrimento.
