— Libererai la casa in campagna: ci si trasferiscono dei miei parenti, — annunciò la suocera.
Chiara Grassi impiegò qualche istante a capire che quelle parole erano rivolte proprio a lei. Si trovava accanto al lavatoio estivo, scuoteva via dalle dita l’acqua rimasta dopo aver lavorato nella serra e guardava quasi senza vedere le aiuole, dove il verde nuovo cominciava appena a spuntare. Una folata trascinava nel cortile la polvere secca dei pollini, faceva ondeggiare il vecchio melo vicino alla recinzione, mentre nel capanno le galline, lasciate poco prima a razzolare, sbattevano nervose contro il posatoio.
La mattina era iniziata senza ombre. Chiara era arrivata in paese per il fine settimana da sola, come faceva ogni primavera e per buona parte dell’estate. C’era da riaprire la casa dopo i giorni passati in città: controllare la stufa, togliere la polvere, dare un’occhiata al bagno esterno, spazzare il cortile, fare il giro dell’orto. Erano incombenze che non le pesavano affatto. Anzi, le piacevano. Lì niente le sembrava estraneo, provvisorio o preso in prestito. Quella casa le era stata lasciata da sua zia Elena Benedetti, la sorella maggiore di suo padre. Elena aveva vissuto in quel paese per tutta la vita, tenendo tutti a distanza; poi, quando le forze avevano cominciato ad abbandonarla, aveva chiamato proprio Chiara. Non la suocera, non parenti lontani comparsi all’improvviso, non vicini interessati: lei. Ci erano voluti sei mesi per sistemare le pratiche dell’eredità, e poi quasi un altro anno per rimettere ogni cosa in sesto: rattoppare il tetto, sostituire nel capanno le assi marcite, svuotare la dispensa piena di cianfrusaglie, riportare il giardino a un aspetto decente.
Chiara si era affezionata a quella casa non come ci si lega a quattro muri, ma come ci si aggrappa a un ricordo. In cucina c’era ancora lo stretto mobiletto di legno dove zia Elena conservava i cereali. Nella stanza sotto la finestra pendevano centrini ricamati: non per vezzo, ma perché Elena li aveva fatti con le sue mani e ne andava fiera. Sulla veranda scricchiolava ancora la panca che il padre di Chiara, quando era vivo, aveva riparato in una sola sera. Tutto ciò, a venderlo, non avrebbe fruttato molto. Eppure aveva un valore che non si può spiegare a chi entra in un cortile contando i passi e immaginando già dove sistemare un armadio non suo.
Un’ora e mezza circa dopo il suo arrivo, una macchina si fermò davanti al cancelletto. Chiara non si stupì più di tanto quando vide scendere prima la suocera, Caterina Marchetti, e poi suo marito, Alberto Monti. A sorprenderla fu altro: nessuno dei due l’aveva avvertita.

— Abbiamo pensato di passare a trovarti, — disse Caterina con un tono allegro, come se non fosse arrivata in casa d’altri, ma nella propria villetta. — Alberto mi ha detto che eri qui.
Chiara si limitò a fare un cenno con il capo. Che cosa avrebbe dovuto rispondere? Non aveva voglia di farli entrare, ma nemmeno di mettersi a discutere davanti al cancello. Alberto salutò con una certa rigidità, distolse subito gli occhi e andò ad aprire il bagagliaio per prendere un sacchetto.
— Mamma ha fatto delle focaccine… — cominciò, ma si interruppe all’istante quando incrociò lo sguardo della moglie.
— Ho portato delle polpette e dei cetrioli leggermente salati, — si corresse Caterina. — Non vorrete mica vivere qui di pane secco.
Chiara li lasciò entrare. In quel momento le sembrò ancora una visita sgradevole, sì, ma tutto sommato ordinaria. Sua suocera aveva l’abitudine di presentarsi senza invito, di controllare come vivevano gli altri e di dispensare consigli dove nessuno li aveva chiesti. Però quel giorno, nel suo modo di muoversi, c’era qualcosa di diverso: una sicurezza troppo marcata, un’aria fin troppo pratica.
Non andarono subito in cucina, come fanno gli ospiti normali. Caterina percorse lentamente il cortile, si fermò vicino al capanno, sbirciò verso il bagno, picchiettò con le nocche sulla tavola nuova del portico. Alberto le camminava dietro senza dire una parola.
— È tutto fatto bene, — osservò la suocera. — Non cade a pezzi.
— E dovrebbe? — domandò Chiara, asciutta.
— Ma no, era per dire. In paese molte case ormai sono tutte storte, questa invece regge ancora. E anche la posizione è comoda. Il negozio è vicino, passa l’autobus, l’acqua c’è, la stufa funziona. Per viverci non manca niente.
Chiara si raddrizzò, appoggiò una mano al montante della veranda e fissò il marito. Lui finse di esaminare il tetto del bagno.
— Hai rifatto il tetto del capanno? — chiese Alberto, come se fossero venuti fin lì soltanto per parlare di lavori domestici.
— Sì. Lo scorso autunno.
— Fai male a caricarti tutto addosso da sola, — intervenne Caterina. — Bastava dirlo prima. Un uomo in casa ce l’hai.
Chiara lasciò uscire una breve risata senza allegria. Detta da Caterina, quella frase suonava quasi comica. In tutta la stagione precedente Alberto era venuto lì due volte: una per cuocere la carne alla brace, l’altra perché bisognava portare dalla città vernice e attrezzi. In entrambi i casi, però, più che la casa gli interessavano il telefono e la possibilità di ripartire il prima possibile.
Mentre Chiara versava la composta nelle tazze, Caterina era già entrata. Non si tolse neppure le scarpe sulla soglia; rallentò soltanto un secondo, come se stesse cercando di ricordare la disposizione delle stanze, benché fosse stata lì appena un paio di volte. Guardò nella camera grande, poi in quella piccola, dove c’erano un lettino stretto e un vecchio comò, quindi spalancò la porta della dispensa.
— C’è spazio, — disse a mezza voce, ma abbastanza forte perché tutti la sentissero. — Ce n’è parecchio. E l’aria qui è tutta un’altra cosa. Per dei bambini sarebbe un posto ideale.
Chiara posò lentamente sul tavolo il coltello con cui stava tagliando il pane. Fu in quell’istante che dentro di lei qualcosa si contrasse, duro e vigile. Non era paura, e nemmeno confusione. Era una comprensione improvvisa, netta: il discorso non riguardava la serra, né il bagno, né la bellezza dell’aria di campagna.
Alberto si sedette su uno sgabello e abbassò gli occhi sul tavolo.
— Quali bambini? — chiese Chiara, sforzandosi di mantenere la voce ferma.
— Qualcuno c’è, — rispose evasiva la suocera, passando le dita sul davanzale. — Qui si potrebbe mettere un tavolo. Là i letti. E d’estate, sulla veranda, sarebbe una meraviglia.
Chiara non ascoltava più la storia del tavolo. Guardava suo marito. Avrebbe voluto che alzasse la testa e dicesse almeno una volta, chiaramente, che cosa stava succedendo. Ma Alberto taceva, come se lo avessero portato lì per caso e ne sapesse quanto lei.
Caterina tornò in cucina, si sedette di fronte a Chiara e intrecciò le mani sul tavolo con l’espressione di chi sta per comunicare una decisione importante, già presa e non discutibile.
Fu allora che pronunciò quella frase.
— Libererai la casa in campagna: ci si trasferiscono dei miei parenti.
Dopo quelle parole, in cucina calò un silenzio così fitto che si udì il cancelletto cigolare fuori, mosso dal vento. Per alcuni secondi Chiara rimase a fissare la suocera senza battere ciglio. Non si alzò di scatto, non urlò, non batté il palmo sul tavolo. Restò semplicemente seduta, muta. Caterina Marchetti, a quanto pare, interpretò quel silenzio a modo suo.
