— Teodora Piras, mi spiega per quale ragione dovrei essere io a mantenere suo figlio? Roberto Grassi è mio marito, è lui l’uomo di casa: dovrebbe provvedere a me, non il contrario. Quindi può prendere la sua “protezione” e uscire tranquillamente da qui.
— Paola, apri, sono io! Ti ho portato una torta salata al cavolo, appena sfornata, proprio come piace a Roberto!
La voce che arrivava da oltre la porta era squillante, sicura, impossibile da ignorare. Non lasciava nemmeno il minimo spazio alla finzione che in casa non ci fosse nessuno. Paola Ferretti si asciugò lentamente le mani nello strofinaccio, poi rivolse al marito un’occhiata breve, pesante, di quelle che non hanno bisogno di parole.
Roberto Grassi era seduto al tavolo, lo sguardo piantato nella tazza di caffè ormai freddo. Con tutta la postura cercava di incarnare l’immagine del genio tormentato, inghiottito da una crisi esistenziale senza fondo. All’arrivo della madre reagì appena, come se quel campanello non fosse altro che un disturbo proveniente da un mondo esterno invadente e imperfetto.
Quando la serratura scattò, Paola si impose sul viso un sorriso educato e tirato. Sulla soglia comparve Teodora Piras: una donna robusta, avvolta in un cappotto di buona fattura, con uno sguardo duro e penetrante. In mano teneva un pacchetto da cui si sprigionava un odore caldo, domestico, quasi soffocante, di pasta appena cotta. Non entrò davvero: scivolò nell’ingresso con la solennità di chi porta con sé una verità indiscutibile.

— Ciao, Paola. Ma perché sei così pallida? Non ti senti bene? — domandò mentre si sfilava il cappotto e, con un’occhiata rapida, passava in rassegna l’appartamento. — Dov’è Roberto? In cucina, vero? Lo sapevo.
Senza attendere alcun invito, Teodora si diresse verso la cucina. La sua sola presenza bastò a incrinare l’ordine impeccabile che Paola difendeva con tanta cura. Quell’ambiente, fatto di superfici d’acciaio lisce e linee minimaliste, non sembrava per nulla adatto a ospitare una simile esibizione di premura materna. Roberto, finalmente, distolse gli occhi dalla tazza e salutò la madre con un cenno debole e un sorriso forzato.
— Ciao, mamma. Come mai sei venuta così presto?
— Per una madre non è mai troppo presto, figlio mio — dichiarò Teodora, posando sul tavolo il sacchetto con la torta salata come fosse uno stendardo. — Ti guardo e vedo che sei dimagrito, sei sciupato. Ecco, ti ho portato un po’ di forza. Mangia, è ancora calda.
Paola mise il bollitore sul fornello senza dire nulla. I suoi movimenti erano precisi, leggeri, quasi privi di suono, eppure da ogni gesto filtrava una tensione enorme. Si sentiva come un’attrice costretta a recitare per l’ennesima volta una commedia che conosceva a memoria, dove battute e ruoli erano già stati distribuiti da tempo.
Adesso sarebbe arrivato il preludio: due frasi sul tempo, una domanda sulla salute di qualche parente lontano, un commento sui prezzi al mercato. Poi, quando il terreno fosse stato ammorbidito abbastanza da quelle chiacchiere domestiche, Teodora sarebbe passata al vero motivo della visita.
— Da te è sempre tutto pulito, Paola. Anzi, sterile — osservò la suocera, facendo scorrere un dito lungo il bordo del piano di lavoro e constatando con una certa soddisfazione che non c’era polvere. — Però manca un po’ di calore. Un uomo ha bisogno di sentirsi accolto, soprattutto quando attraversa un momento difficile.
Paola le sistemò davanti una tazza.
— Preferisce tè nero o verde?
— Nero, come sempre. Roberto, mangiane almeno un pezzo. È ancora tiepida. Non hai proprio appetito, e fa male vederti così — disse Teodora, spingendo con dolcezza il piatto verso il figlio.
Roberto sospirò in modo teatrale. Prese la torta salata, ma non la addentò. La rigirò tra le dita come se fosse un oggetto carico di significato filosofico, e non un semplice pezzo di pasta ripiena di cavolo.
— Non è il momento di pensare al cibo, mamma. Ho la mente piena di pensieri…
Ecco la parola in codice. Il segnale. Paola avvertì chiaramente la suocera irrigidirsi, raccogliere le energie e orientare tutta l’attenzione verso l’attacco. Teodora si voltò verso di lei, assumendo quell’espressione di pietà comprensiva che negli anni aveva perfezionato fino a renderla impeccabile.
— Vedi, Paola. Un uomo, a volte, deve guardarsi dentro. Deve cercare. Un’anima creativa non può vivere come tutti gli altri, minuto dopo minuto, seguendo soltanto le scadenze. Ha bisogno di tempo per ritrovarsi, per capire chi è diventato, per scoprire una strada nuova. Ed è proprio in questi momenti che il sostegno delle persone vicine diventa essenziale. La saggezza di una donna sta nel saper offrire una spalla quando il suo uomo è in difficoltà. Nel comprendere, nell’accogliere, nel non giudicare.
Parlava piano, con una morbidezza studiata, e le sue parole sembravano stendere nella stanza una coperta calda ma soffocante. Roberto ascoltava con aria da martire, approvando in silenzio ogni frase della madre. Paola, intanto, versò l’acqua bollente nelle tazze, e per un istante il sottile vapore che saliva dalla porcellana parve l’unica cosa viva e sincera in tutta la cucina.
