— Vai subito a lavare mia madre! Ha bisogno di assistenza, e tu te ne stai qui incollata alla televisione! — ringhiò suo marito.
— Allora? Che fai lì impalata come una statua? Mi senti o no?
Emma Rinaldi sussultò. La voce di Dario Conti le arrivò addosso come uno schianto improvviso, come una porta sbattuta con violenza nel silenzio di una stanza. Distolse gli occhi dallo schermo, dove la protagonista dell’ennesima fiction piangeva su un amore finito male, e vide suo marito sulla soglia: il viso paonazzo, i capelli in disordine, quella piega dura tra le sopracciglia che sembrava non abbandonarlo mai.
— Muoviti, vai a lavare mia madre! — ripeté lui con tono cupo, strappando dal gancio la vecchia giacca. — È una donna malata, ha bisogno di cure, e tu perdi tempo davanti alla TV!
Fuori l’inverno si agitava senza tregua. La neve cadeva fitta, ostinata, appiccicandosi ai vetri in fiocchi umidi. Faceva buio presto, come accade sempre a gennaio, e la luce che filtrava dalle finestre dei palazzi vicini appariva di un giallo caldo, quasi arancione, come se dietro quei muri sconosciuti ardessero camini e qualcuno stesse sfornando dolci.

Emma si alzò lentamente dal divano. Le gambe le formicolavano: era rimasta seduta così da almeno quaranta minuti, forse di più. Nel soggiorno stagnava l’odore della cipolla soffritta, mescolato a qualcos’altro. Un sentore da ospedale? No. Piuttosto vecchiaia. Da qualche mese sua suocera emanava proprio quell’odore.
— Sono appena stata da lei — rispose piano. — Le ho cambiato le lenzuola, le ho dato le medicine…
— Ah, certo, le hai cambiate — la scimmiottò Dario con disprezzo. — E allora perché mi ha telefonato dicendo che nessuno entra mai nella sua stanza? Perché dice di essere bagnata?
— Dario…
— Non “Dario” un bel niente! Mia madre sta morendo, e a te non importa nulla! A te interessano solo le tue serie televisive!
Emma serrò le dita fino a farsi male. Dentro di lei qualcosa di bollente e sgradevole cominciò a salire, come acqua che prende a ribollire nel petto. Avrebbe voluto urlargli in faccia che da tre mesi non dormiva una notte intera, che si alzava anche di notte per andare da quella vecchia, che lavava lenzuola ogni santo giorno, che non ricordava nemmeno più l’ultima volta in cui era uscita senza uno scopo preciso, non per fare la spesa né per correre in farmacia. Avrebbe voluto dirgli che la sua vita si era dissolta da qualche parte, sciolta dentro giornate tutte identiche, una copia sbiadita dell’altra.
Invece tacque.
Dario intanto si infilava già gli scarponi, pronto a uscire. Dove sarebbe andato? In garage, probabilmente. Andava sempre lì quando era furioso. Là aveva le sue cose: bulloni, viti, attrezzi, l’eterna riparazione di quell’auto che comunque non partiva mai. Quello era il suo rifugio. Piccolo, impregnato di olio e tabacco, ma suo.
— Vai pure — disse Emma, lasciando cadere le parole come pietre. — Corri da tua madre, allora.
Lui si voltò. Sul suo volto apparve qualcosa di diverso dalla collera. Sembrava quasi stupore.
— Che cosa hai detto?
— Quello che hai sentito. Vacci tu. Lavala tu, se pensi che io faccia tutto male. Io non ne posso più.
Quelle parole, “non ne posso più”, suonarono strane persino a lei. Erano troppo semplici, troppo povere rispetto a ciò che le si agitava dentro. La stanchezza è quando resti in piedi a lungo, o quando trascini a casa borse troppo pesanti. Quella, invece, era un’altra cosa: come se qualcuno le avesse aspirato via l’aria lentamente, giorno dopo giorno, lasciandola quasi vuota.
Dario rimase fermo vicino all’ingresso, e la sua espressione si fece sempre più cupa.
— Tu hai perso ogni misura — disse. — Proprio ogni misura. Ti credi autorizzata a dirmi cosa devo fare? In casa mia?
— In casa tua? — Emma fece un passo verso di lui. — Dario, io vivo qui da ventitré anni. Ventitré. Tua madre non mi ha mai voluta bene, e lo sai anche tu. Ha sempre ripetuto che non ero adatta a te. Che avresti potuto trovare di meglio.
— E allora? Adesso è vecchia, è malata…
— Era così anche a trent’anni. E a quaranta. È sempre stata così. Tu non l’hai mai visto, perché sei suo figlio.
Dario avanzò, sovrastandola con la sua corporatura. Emma sentì il profumo della sua colonia: economica, pungente, sempre la stessa. Identica a quella di vent’anni prima, quando erano appena sposati.
— Non ti permettere di parlare così di mia madre.
— Altrimenti? — nella voce di Emma comparve una lama di rabbia. — Che farai, Dario? Mi darai uno schiaffo? Mi butterai fuori?…
Cadde il silenzio. Fuori, il vento ululava, spingendo mulinelli di neve tra i palazzi. Da qualche parte, al piano di sotto, il portone del condominio sbatté; qualcuno rise forte, ma quei suoni si sciolsero in fretta nel buio gelido della sera.
— Non ti riconosco più — disse lui a bassa voce. — Che cosa sei diventata?
Emma sorrise. Un sorriso asciutto, senza gioia.
— Io? Guardati tu, piuttosto. Quand’è stata l’ultima volta che mi hai chiesto come sto? Quand’è che ti sei interessato a quello che provo? Anche solo una volta, in tutti questi mesi? Torni a casa, mangi la cena che preparo, pretendi che ogni cosa sia pronta e pulita, poi sparisci nel tuo garage. Oppure ti piazzi davanti alla televisione mentre io mi occupo di tua madre.
— Io lavoro! Sono io che porto i soldi in casa!
— E io, invece, qui mi riposo? Secondo te sto facendo una vacanza?
