“Giulia si sposa e noi le daremo una mano. Fine della discussione” dichiarò Marco sulla soglia mentre Elisa, col dito sospeso sul pulsante “Invia”, abbassava lo schermo del portatile indecisa

È tragicamente ingiusto essere costretti a scegliere.
Storie

— Sei diventata sorda, per caso?! Ti ho detto: un matrimonio! Qui, a casa nostra! Fra un mese! — Marco era fermo sulla soglia del soggiorno, ancora con il giubbotto addosso e le borse della spesa in mano. Guardava la moglie come se avesse appena comunicato la cosa più ovvia del mondo. — Giulia si sposa e noi le daremo una mano. Fine della discussione.

Elisa Basile non sollevò subito gli occhi dal portatile. Stava rannicchiata sul divano, le gambe piegate sotto di sé, e in quell’istante il suo dito era sospeso sopra il pulsante “Invia”. Il contratto d’affitto del nuovo appartamento in via del Fiume era già compilato, firmato digitalmente, pronto. Mancava soltanto un gesto.

Uno solo.

Abbassò lo schermo del computer.

— Ciao, — disse con voce piatta.

Marco andò in cucina. Le buste finirono sul tavolo con un tonfo, qualche barattolo tintinnò. Poco dopo tornò in soggiorno senza giubbotto, strofinandosi le mani con l’aria di chi ha appena risolto una questione enorme.

— Allora? Hai capito quello che ti ho detto?

— Ho sentito, — rispose Elisa, posando con cura il portatile sul tavolino. — Spiegami meglio.

Giulia Santoro, la sorella minore di Marco, apparteneva a quella categoria di persone che entrano in una stanza e, senza fare nulla, la rendono subito più stretta. Ventotto anni, una voce da conduttrice del telegiornale, uno sguardo sempre un po’ socchiuso. Non chiedeva mai: annunciava. E, per qualche ragione, tutti finivano per darle ragione. Anche Elisa, che in sette anni di matrimonio aveva imparato a memoria quella famiglia: le manie, i sottintesi, i silenzi.

Il futuro sposo, un certo Riccardo Rossetti, era comparso nella vita di Giulia otto mesi prima. Durante una cena di famiglia, a febbraio, era rimasto quasi muto, aveva mangiato poco e aveva osservato l’appartamento con un’attenzione fin troppo meticolosa. Allora Elisa l’aveva attribuito alla timidezza. Più tardi, però, le era venuto il dubbio che non fosse affatto così.

— Vogliono una cerimonia semplice, — spiegò Marco, camminando avanti e indietro per il soggiorno. — Una quarantina di persone. Il ristorante costa troppo, affittare una sala anche. Qui invece lo spazio c’è: mettiamo i tavoli, accendiamo la musica…

— Quaranta persone, — ripeté Elisa.

— Be’, magari qualcuna in più. Giulia ha detto più o meno.

— “Più o meno” significa quante?

Marco si bloccò.

— Eli, è mia sorella. Si sposa una volta sola.

Elisa fissò lui, poi il portatile chiuso, poi di nuovo lui.

Dentro di lei, qualcosa disse con una calma assoluta e tagliente: eccolo.

Il giorno seguente Giulia si presentò di persona. Senza telefonare, naturalmente, come se l’appartamento degli altri fosse un luogo di passaggio. Teneva in mano una cartellina piena di fogli stampati. Elisa aprì la porta e vide quella cartellina ancora prima di vedere il suo viso.

— Ho già organizzato tutto, — dichiarò Giulia al posto del saluto, entrando direttamente in soggiorno.

Riccardo rimase un attimo sull’uscio. Sorrise a Elisa con educazione, anzi con un’educazione appena eccessiva: un sorriso indossato come un cappotto, caldo forse, ma non suo.

— Accomodatevi, — disse Elisa.

Si sedettero al tavolo. Giulia aprì la cartellina. Dentro c’erano immagini stampate da Pinterest, elenchi di pietanze, schemi per la disposizione dei tavoli. Tutto studiato nei minimi dettagli per un appartamento che non era il suo e in cui lei non viveva.

— Qui, — disse, indicando un punto del disegno, — togliamo il divano e sistemiamo tre tavoli da sei. Da questa parte mettiamo un bancone bar, si può noleggiare. Questo invece è il catering: ho già scelto la ditta, arrivano anche con i piatti…

Elisa ascoltava. Annuiva. Ogni tanto faceva una domanda, con tono tranquillo, quasi cordiale. E più Giulia parlava, più una cosa le diventava limpida: lei, in tutto questo, non c’era. In quei progetti, in quelle planimetrie, in quella cartellina, Elisa non esisteva. Esistevano soltanto l’appartamento, i metri quadrati, le prese elettriche a cui attaccare le lucine.

Riccardo, per tutto il tempo, disse pochissimo. Restò seduto a guardare il telefono; di tanto in tanto sollevava la testa e faceva un cenno breve, come a confermare che sì, sarebbe andata esattamente così.

— E il budget? — domandò infine Elisa.

Giulia batté le palpebre.

— Be’… io e Marco ci siamo messi d’accordo: dividiamo le spese a metà.

— Marco non si è messo d’accordo con me, — disse Elisa, senza alzare la voce.

Il silenzio durò poco. Giulia scambiò un’occhiata con Riccardo, rapida, quasi invisibile. Ma Elisa la vide.

— Siamo una famiglia, — pronunciò Giulia, con quel tono che trasformava la parola in una serratura capace di chiudere ogni discussione.

Quella sera Elisa riaprì il portatile.

Il contratto era ancora lì, in attesa. L’appartamento di via del Fiume: un bilocale luminoso al quarto piano, affacciato su un parco, con i soffitti alti e vicini che lei ancora non conosceva. Lo aveva cercato per tre mesi. A Marco non ne aveva parlato, non perché volesse nasconderglielo, ma perché non aveva ancora deciso. Continuava a pensare che forse le cose si sarebbero aggiustate. Forse stava esagerando.

Ora non lo pensava più.

Appoggiò il dito sul touchpad.

Proprio in quel momento, dal corridoio arrivò la voce di Marco. Era al telefono. Rideva. Parlava con qualche amico del matrimonio con leggerezza, con entusiasmo, come se fosse davvero una festa e non un lavoro altrui scaricato di colpo nella vita di qualcun altro.

Elisa ritirò la mano.

Richiuse il portatile.

Si alzò, andò in cucina e si versò un bicchiere d’acqua. Poi rimase davanti alla finestra. In basso passava una donna con un passeggino, due ragazzi spingevano i monopattini e un piccione, appollaiato sul cornicione del palazzo di fronte, aveva l’aria di chi stesse meditando su tutto.

Amore o Soldi