— Alessia, tesoro… — singhiozzò, aggrappandosi alla portiera come se potesse trattenere la mia vita con le dita. — Io volevo soltanto che foste felici! Ero preoccupata!
— Lei era preoccupata per suo figlio. Non per noi. Per lui.
Proprio allora il portone si spalancò e Marco Martini comparve di corsa. Senza giacca, con le ciabatte da casa ai piedi, il viso stravolto. Vide sua madre accanto al taxi e si precipitò verso di noi.
— Alessia, aspetta! — spinse via Elena Parisi quasi senza accorgersene e afferrò la maniglia della portiera. — Non andartene. Ti prego.
Lo guardai attraverso il finestrino. Era pallido, e nei suoi occhi c’era un panico nudo, infantile.
— Marco, lascia la portiera.
— No. Non posso lasciarti andare così. Dobbiamo parlare.
— Lo abbiamo già fatto.
— Dei soldi? — si passò la lingua sulle labbra, nervoso. — Senti, ho capito. Li hai guadagnati tu, da sola. Sei stata brava, davvero. Sono fiero di te. Possiamo… possiamo investirli. Prendere un appartamento più grande. O una casa. Tu hai sempre sognato una casa con il giardino, no?
In quel momento sentii qualcosa spezzarsi dentro di me, ma non fece rumore. Fu solo una chiusura definitiva. Anche adesso, persino adesso, parlava di denaro. Non di noi. Non del fatto che mi stava perdendo. Del denaro.
— Marco — dissi con una calma che sorprese persino me. — Allontanati dalla macchina. Te lo chiedo per l’ultima volta, e te lo sto chiedendo con le buone.
— Alessia, io ti amo! — buttò fuori quelle parole come un salvagente lanciato troppo tardi. Suonarono così false che per un istante mi venne quasi da ridere.
Quando me lo aveva detto davvero l’ultima volta? Un anno prima? Due? Forse solo per abitudine, la sera, senza staccare gli occhi dallo schermo del telefono.
— Lascia la maniglia.
Ma lui non la lasciò. Restava lì, aggrappato alla portiera, e nel suo sguardo vedevo disperazione. Non quella di un uomo che perde la donna che ama. Quella di chi si vede portare via qualcosa che considerava suo. Una proprietà.
— Marco! — Elena Parisi gli afferrò una spalla, agitata. — In ginocchio! Mettiti in ginocchio e chiedile perdono!
Lui guardò prima sua madre, poi me. E, all’improvviso, lo fece davvero. Si inginocchiò sull’asfalto umido, con quelle ridicole ciabatte ai piedi, unendo le mani come davanti a un altare.
— Alessia, ti supplico. Non andare via. Cambierò. Sistemiamo tutto. Sarò diverso, te lo prometto!
Alcune persone davanti al portone si erano fermate a fissarci. Qualcuno aveva già tirato fuori il telefono, ovviamente per riprendere la scena. L’autista tossicchiò, imbarazzato.
— Signora, magari… forse due parole gliele può anche dire. Il poveretto sembra proprio…
Io sollevai il finestrino. Fino in cima.
— Andiamo.
— Alessia! — Marco scattò in piedi e cominciò a battere contro il vetro. — Alessia, non farmi questo! Ti prego!
Elena Parisi gli si appese al braccio, piangendo e mormorando frasi confuse, mezze suppliche e mezze lamenti. Il taxi partì. Marco corse dietro alla macchina per qualche metro, poi rimase indietro.
Nello specchietto retrovisore lo vidi fermo in mezzo al cortile, mentre sua madre gli parlava gesticolando furiosamente. Un attimo dopo, la svolta li cancellò entrambi dalla mia vista.
— Dev’essere dura per lei — disse l’autista, con una voce sorprendentemente gentile.
— Sa una cosa? — mi appoggiai allo schienale e solo allora mi accorsi che le lacrime mi scendevano lungo le guance. Ma non erano lacrime di dolore. Erano sollievo. — Per la prima volta dopo anni, mi sento leggera.
Lui annuì e non aggiunse altro. Ebbe il buon gusto di restare in silenzio.
Appena imboccammo il viale principale, il telefono iniziò a vibrare senza sosta. Marco. Elena Parisi. Di nuovo Marco. Messaggi, chiamate, notifiche una dopo l’altra. Misi il cellulare in modalità silenziosa.
Tra tutti quei nomi, ne comparve uno diverso. Paolo Fabbri: “Com’è andata? Tutto liscio?”
Risposi subito: “Sì. Tutto bene. Grazie per quello che hai fatto per me.”
La sua risposta arrivò quasi immediata: “Tu pensa solo a reggere. Per qualunque cosa, io ci sono.”
Sorrisi appena. Paolo era una brava persona. Lo era sempre stato. E, soprattutto, era sempre rimasto dalla mia parte.
L’albergo in cui chiesi all’autista di accompagnarmi non era grande, ma aveva un’aria accogliente. Si trovava in centro, non lontano dal parco. Presi una camera per una settimana: il tempo necessario per cercare un appartamento decente e mettere in ordine le questioni pratiche.
Quando la porta della stanza si chiuse alle mie spalle, mi sedetti sul letto e mi guardai intorno. Tutto era pulito. Silenzioso. Nessuno pronto a dirmi che sbagliavo. Nessuno che avrebbe giudicato ogni mia frase, ogni gesto, ogni scelta.
Il telefono vibrò ancora. Marco. Trentaseiesima, trentasettesima chiamata: ormai avevo perso il conto. Bloccai il suo numero. Poi feci lo stesso con quello di Elena Parisi.
Domani avrei telefonato a un avvocato e avrei avviato le pratiche per il divorzio. Dopodomani avrei incontrato un agente immobiliare. La vita non si era fermata. Anzi, forse stava ricominciando proprio lì.
Mi avvicinai alla finestra. Sotto di me, le luci della città brillavano nella sera; le persone camminavano in fretta, ognuna diretta verso i propri pensieri, i propri impegni, la propria casa. Da qualche parte, là fuori, c’era Marco Martini, che finalmente capiva che cosa aveva perso. Da qualche altra parte c’era Elena Parisi, costretta ad accettare che sua nuora non era affatto la donna debole e docile che aveva creduto di poter schiacciare.
E io restai davanti al vetro, con la testa alta, respirando piano.
Per la prima volta dopo otto anni, lo sapevo con assoluta certezza: ero libera.
