— …e per comprarne un altro paio non ho proprio i soldi. Mi dà una mano?
Paola Barbieri prese i jeans, li osservò controluce, poi si mise al lavoro. Fece un rammendo sottile, preciso, punto dopo punto, cercando di seguire la trama del tessuto perché lo strappo si notasse il meno possibile. Quando la ragazza tornò, le lasciò sul tavolo una banconota spiegazzata e una tavoletta di cioccolato.
— Grazie davvero! Mi ha salvata.
Quella sera Paola rimase seduta in cucina con una tazza di tè senza zucchero e quel cioccolato spezzato a quadretti. A un tratto le arrivò addosso un pensiero semplice e quasi doloroso: erano i primi soldi, dopo anni, che non aveva strappato a nessuno. Non li aveva pretesi, non li aveva mendicati. Li aveva guadagnati facendo qualcosa di utile.
Poi cominciarono ad arrivare altri lavori. Piccole cose, pagate poco: accorciare pantaloni, sostituire una cerniera, stringere una gonna troppo larga. La schiena le bruciava, gli occhi le si appannavano, le dita le dolevano. Eppure, la sera, mentre la macchina da cucire batteva il suo ritmo regolare, Paola si ritrovò a pensare.
Non tornavano più soltanto i torti subiti, le parole amare, le offese. Affioravano altri ricordi. Giulia che le aveva cercato un bravo medico. Francesco che si era caricato sulle spalle un televisore nuovo fino al quinto piano, solo per lei. Tutti quei tentativi goffi, sinceri, di restare una famiglia. E lei? Lei in loro aveva visto soltanto una fonte da cui prendere.
La catenina… Dio, come aveva potuto? Era un ricordo del padre. Lo sapeva benissimo. E, pur sapendolo, l’aveva portata al banco dei pegni solo per concedersi qualche giorno comodo, qualche capriccio.
Sei mesi dopo, in un sabato grigio e umido, Paola si fermò davanti alla porta di suo figlio. Il cuore le martellava così forte che le sembrava di non riuscire a respirare. Stringeva un sacchetto tra le mani.
Suonò. Per un attimo fu tentata di scappare prima che qualcuno aprisse, ma la serratura scattò.
Sulla soglia apparve Francesco. Più magro, il volto serio.
— Mamma? È successo qualcosa?
— Ciao, Francesco. Io… resto solo un minuto.
Dal corridoio si affacciò Giulia. Appena vide la suocera, il suo viso si irrigidì.
— Ho portato una cosa, — disse Paola, porgendo in fretta il sacchetto al figlio. — Tieni.
Francesco guardò dentro. C’erano un barattolo di marmellata di uva spina e una busta.
— Che cos’è?
— La marmellata l’ho fatta io. Nella busta invece… c’è poco, per ora. Ma restituirò tutto, un po’ alla volta. Per la catenina.
Giulia fece un passo verso di lei.
— Paola, non serve. Lasci perdere.
— Serve eccome, — rispose la donna con una fermezza nuova, fissandola negli occhi. — Sono andata al banco dei pegni, ho chiesto quanto valeva. Rimetterò insieme la somma. Sul serio. Adesso lavoro. Cucio.
Si tolse un guanto. Giulia vide le sue mani: unghie corte, pelle indurita, piccoli segni d’ago sulle dita. Mani di una persona che faticava.
— Io… — la voce di Paola si spezzò. — Sono stata una stupida, Giulia. Perdonami. Non per i soldi. Perdonami perché non mi sono comportata da essere umano. Credevo che l’amore mi fosse dovuto e basta. Invece ho capito che l’amore va custodito.
Si voltò per andarsene, cercando di nascondere gli occhi lucidi.
— Mamma, aspetta.
Francesco la trattenne per la manica del cappotto.
— Dove vai? Abbiamo appena messo su l’acqua per il tè.
Giulia prese in silenzio il sacchetto dalle mani del marito. Tirò fuori il barattolo e lo sollevò verso la luce.
— Uva spina? — domandò piano.
— Sì. Quella verde, come piaceva a Francesco da bambino.
— Entri, Paola. Però si tolga le scarpe: ho appena lavato i pavimenti.
Si sedettero tutti in cucina. Bevvero il tè. La catenina, certo, non sarebbe tornata. Ma in quell’istante, guardando suo figlio spalmare la marmellata sul pane, Paola capì che qualcos’altro, qualcosa di molto più prezioso, forse erano riusciti a salvarlo. Proprio all’ultimo momento.
