Il bancomat restituì la carta con un bip acuto e sgradevole, quasi di rimprovero. Sullo schermo, al posto del solito invito a ritirare il denaro, lampeggiava una scritta rossa: operazione non autorizzata.
Paola Barbieri sbatté le palpebre. Si sistemò il cappello di pelliccia, che all’improvviso le parve pesante e soffocante. Doveva trattarsi di un guasto. Per forza. Era il sedici del mese, il giorno in cui la nuora le versava il contributo. Giulia lo chiamava “aiuto”, ma Paola da tempo lo considerava una specie di diritto acquisito: dopotutto, era stata lei a crescere un figlio come Francesco.
Infilò di nuovo la tessera nella fessura. Con i guanti di pelle, le dita le scivolavano sui tasti.
Fondi insufficienti.
Alle sue spalle qualcuno sospirò con impazienza.

— Signora, ci mette ancora molto? Ci sarebbe una fila, sa.
Paola si voltò di scatto e trafisse con lo sguardo un ragazzo col cappuccio.
— Abbi un po’ di pazienza! È la macchina che fa i capricci.
Si spostò verso la vetrina del negozio e tirò fuori il telefono. La chiamata partiva, gli squilli si susseguivano, ma nessuno rispondeva. Né Giulia, né Francesco.
— Ah, adesso vediamo, — sibilò, sentendo montare dentro di sé un’offesa rovente. — Vi faccio vedere io cosa significa rendersi irreperibili. Oggi avevo l’appuntamento dall’estetista per le unghie, e voi mi mandate tutto all’aria?
Raggiunse l’appartamento del figlio quaranta minuti più tardi. Per pagarsi il taxi aveva usato gli ultimi contanti rimasti nel portafoglio, e durante il tragitto non aveva fatto altro che alimentare la propria rabbia. Si immaginava già l’ingresso trionfale, le parole dure, Giulia che cercava scuse e Francesco che abbassava gli occhi, colpevole. Sicuramente si erano dimenticati. Giovani, con la testa tra le nuvole. Ma ci avrebbe pensato lei a rinfrescare loro la memoria.
Ad aprire fu Giulia.
Paola inspirò profondamente, pronta a cominciare con voce alta e tagliente, ma le parole le morirono in gola. La nuora aveva un aspetto terribile. Giulia Sala, di solito sempre ordinata, stava sulla soglia con addosso una vecchia maglietta del marito; i capelli erano raccolti alla meglio in un nodo sfatto, il volto scavato, pallido, quasi irriconoscibile.
— Lei? — la sua voce uscì roca, come un cardine arrugginito. — Non ha provato a telefonare?
— Ho telefonato eccome! — Paola varcò la soglia con decisione, spostando la nuora di lato con la spalla. Al posto del consueto profumo di caffè fresco, la investì un odore di medicine e aria chiusa. — Siete voi che mi ignorate. Tutti e due. Si può sapere che cosa succede? Perché la carta è vuota? Mi avete fatta restare come una sciocca davanti alla cassa!
— Venga in cucina, — disse Giulia, richiudendo la porta senza guardarla. — Francesco arriva subito.
In cucina regnava il caos. Sul tavolo si ammucchiavano tazze non lavate, fogli sparsi e confezioni di farmaci. Paola tolse con disgusto qualche briciola dalla sedia e si sedette senza nemmeno sbottonare il cappotto.
— Sto aspettando. Tra l’altro, avrei anche degli impegni.
Giulia si lasciò cadere sullo sgabello di fronte a lei. Sembrava sfinita fino all’osso.
— Non ci saranno più bonifici, Paola Barbieri.
— Cosa? — la suocera emise una risatina nervosa. — Sarebbe uno scherzo? Perché non fa ridere.
— Mi sono licenziata. Una settimana fa.
— Licenziata? Da un posto del genere? Hai perso il senno? Avete il mutuo, vostro figlio sta per iniziare la scuola! E Francesco dovrebbe ammazzarsi di lavoro da solo?
— Francesco lo sa, — rispose Giulia piano. — L’abbiamo deciso insieme. Il medico è stato molto chiaro.
