Le porte dell’ambulanza si spalancarono del tutto.
— Muoviamoci! — urlò uno dei paramedici.
Luca Amato fece per salire a bordo, ma un poliziotto gli sbarrò il passo con un braccio.
— Non è possibile—
— Quel bambino è mio figlio. E sta andando con sua madre.
Il tono di Luca non ammetteva repliche. Calmo, ma inflessibile. L’uomo elegante non attese autorizzazioni: prese il piccolo tra le braccia e lo sistemò accanto a Giulia Fabbri sulla barella. Subito dopo montò sull’ambulanza anche lui.
I portelloni si chiusero con un colpo secco.
La sirena squarciò l’aria, e il mezzo partì a tutta velocità.
In ospedale tutto accadde in un vortice confuso. Infermieri, luci fredde, voci sovrapposte. Troppo rapido per afferrare ogni dettaglio. Non abbastanza da cancellare la paura.
I medici parlarono di disidratazione severa, contusioni diffuse, esaurimento fisico estremo.
— Ancora qualche ora… e non ce l’avrebbe fatta.
Quelle parole rimasero sospese nella stanza come una sentenza inevitabile.
Luca Amato non si staccò dal letto. Le sue dita, ancora sporche, stringevano la mano della madre con ostinazione, come se temesse che qualcuno potesse strappargliela di nuovo.
L’uomo in giacca e cravatta restò qualche passo indietro.
Ma non se ne andò.
Non questa volta.
Dopo ore interminabili, un medico uscì dalla sala.
— È fuori pericolo. È stabile.
Il bambino scoppiò a piangere.
Non erano lacrime di terrore.
Né di sofferenza.
Era sollievo. Limpido. Assoluto.
Luca chiuse gli occhi per un istante, respirando a fondo, come se dentro di lui qualcosa — rimasto spezzato per anni — stesse finalmente trovando un punto di sutura.
Eppure non era finita.
Restava una domanda che bruciava più di ogni altra.
Come poteva una donna viva essere finita chiusa in un cassonetto, sotto gli occhi indifferenti di tutti?
Due giorni più tardi, Giulia Fabbri riaprì gli occhi.
A fatica.
Luca era lì, seduto accanto a lei. Non si era mosso.
— Mamma… — sussurrò, con la voce rotta.
Le lacrime gli scivolarono silenziose sulle guance.
Poi lo sguardo di Giulia, ancora velato di debolezza, si spostò lentamente e si posò sull’uomo in giacca e cravatta fermo poco distante dal letto.
