Il coperchio si sollevò con un lamento metallico, lungo, stridente… come se il ferro stesso opponesse resistenza a ciò che stava per essere scoperto.
Dall’interno fuoriuscì un tanfo pungente.
Poi più nulla.
Un silenzio diverso da quello di prima.
Un silenzio che graffiava i polmoni.

L’agente arretrò istintivamente, sbiancando.
— Dio santo…
Tra sacchi neri lacerati e ammucchiati alla rinfusa, si distingueva il corpo di una donna, rannicchiato su se stesso.
Il volto era cereo. I capelli, umidi, le aderivano alle guance. Le labbra, screpolate, sembravano prive di vita.
Eppure…
Il petto si alzava.
Appena.
Ma si alzava.
«Respira! È viva!» gridò una voce alle loro spalle.
Un urlo lacerante squarciò l’aria.
— MAMMA!
Luca Amato.
Il suo grido sembrò spezzarlo in due.
I soccorritori si gettarono immediatamente su di lei. Guanti che frusciavano, comandi secchi, la barella che si apriva con uno scatto deciso. Ogni gesto era rapido, coordinato, urgente.
L’uomo in giacca e cravatta rimase immobile solo per un battito di ciglia.
Un istante appena.
Ma non stava più guardando da lontano.
Fece un passo avanti.
«Muovetevi», ordinò con una voce roca, quasi irriconoscibile persino a se stesso.
I paramedici sollevarono la donna con estrema cautela. Un braccio le ricadde mollemente lungo il fianco, segnato da lividi scuri.
Quando la luce piena le illuminò il viso…
Luca Amato iniziò a tremare senza controllo.
— Mamma… sono qui… non ti lascio…
Le sue labbra si mossero piano.
Un filo di voce, fragile come carta.
— …Luca…
Il cuore dell’uomo elegante si contrasse con violenza.
Lo aveva riconosciuto.
Malgrado il dolore. Malgrado il buio. Malgrado l’abbandono che l’aveva inghiottita.
Aveva sentito suo figlio.
Con movimenti rapidi ma attenti, la sistemarono sulla barella e la sollevarono, dirigendosi verso l’ambulanza con passo deciso.
