Matteo non esitò un solo istante. Tese la mano in avanti, con una calma che sembrava irreale.
— Anche l’altro — disse piano. — Mi fido di te.
Quella volta Massimiliano Valentini non intervenne. Rimase immobile, lasciando che fosse Eleonora Moretti a compiere ciò che andava fatto.
Lei ripeté il gesto con identica precisione, crudele e necessaria. Dall’occhio sinistro di Matteo estrasse un secondo Noktürn: più voluminoso del primo, di un nero più profondo, la superficie lucida come vetro bagnato.
Non scattò via. Rimase adagiato nel palmo di Eleonora, immobile, come in attesa di un ordine silenzioso.
All’improvviso la donna lanciò un grido, ma non era terrore: era dolore puro.
— Stanno proteggendo qualcosa! — urlò, serrando i denti. — Qualcosa di immensamente più grande della semplice paura della luce.
Dal muro dietro il pianoforte filtrò un suono vischioso, moltiplicato, come il frusciare simultaneo di molte presenze. Un brulichio crescente.
Poi arrivò l’odore: ferro ossidato e decomposizione, mescolati a un sentore di elettricità bruciata e pietra umida.
Massimiliano affondò le dita nel legno del pianoforte. Sotto il palmo percepì una vibrazione ritmica, costante, simile al battito di un cuore nascosto nella muratura.
— Sono lì dentro — mormorò.
La verità che aveva avvolto per dodici anni la cecità di Matteo si trovava appena oltre quella parete.
In quell’istante le luci del giardino si spensero tutte insieme. Non per un blackout: una sagoma immensa aveva avvolto la villa, inghiottendo il giorno. Il sole svanì come se fosse calata la notte.
I Noktürn erano tornati al loro nido.
Massimiliano ordinò alle guardie di portare subito attrezzi da demolizione.
— Aprite quel muro. Subito!
La parete interna della sala musica cedette in pochi minuti. Quando crollò, un fetore antico investì la stanza: muffa stagnante intrecciata allo stesso tanfo metallico.
Nell’intercapedine stretta si agitava l’orrore.
Decine di Noktürn. Alcuni strisciavano lenti tra i pannelli isolanti, altri si accalcavano in una massa nera e pulsante.
Il fascio della torcia di Massimiliano li colpì, e l’ammasso si contrasse convulsamente. Un coro di strida acute esplose nell’aria.
— Guardate bene — disse Eleonora con voce tesa. — Non sono semplici parassiti del corpo.
Si nutrivano del crepuscolo generato dalla cecità di Matteo: creature simbionti del trauma, prosperavano dove i ricordi erano stati soffocati.
Al centro del groviglio c’era qualcosa di diverso.
Non vivo. Non organico.
Un oggetto estraneo.
Eleonora vi infilò la mano senza esitazione e lo estrasse.
Era un piccolo carillon di legno scuro, coperto di polvere e ragnatele.
Massimiliano lo riconobbe all’istante.
Era appartenuto alla madre di Matteo.
Dodici anni prima.
