“Resta nel tuo buco e non fiatare!” la suocera ordinò, costringendo Silvia a chiudersi tremante nella stanza

Vergognosa ipocrisia che schiaccia sogni silenziosi.
Storie

– Non ti azzardare a mettere piede fuori da quella stanza, sfacciata! Se ti fai vedere, poi non lamentarti delle conseguenze! – sibilò la suocera con voce tagliente.

– Non provarci nemmeno! – Rita Puglisi si voltò di scatto; gli orecchini tempestati di strass ondeggiarono lanciando riflessi tremolanti sulle pareti. – Non voglio vederti finché i Fontana sono qui! Resta nel tuo buco e non fiatare!

Silvia Vitali rimase immobile accanto alla porta socchiusa della cucina, stringendo uno strofinaccio tra le dita. Attraverso la fessura osservava Rita sistemare con cura maniacale il vaso di rose finte sul tavolino, lisciare le tovagliette, controllare che i calici di cristallo sul vassoio fossero perfettamente allineati.

– Mamma, calmati… – tentò di intervenire Gabriele Monti.

Ma Rita lo zittì con un gesto secco, come si scaccia un insetto fastidioso.

– Ci manca solo che faccia una figuraccia davanti a loro! Arrivano i Fontana, vedono questa… – esitò, cercando un termine adeguato – vedono lei, e cosa dovrebbero pensare? Che mio figlio ha sposato la prima che passava?

Silvia chiuse piano la porta. Le tremavano le mani, ma si impose di respirare con lentezza. Tre anni. Da tre anni viveva in quell’appartamento di via Pokrovka, nel cuore di Roma, e ogni volta che c’erano ospiti veniva nascosta come qualcosa di cui vergognarsi. Un difetto da occultare, un oggetto fuori posto da non esporre.

Dopo una decina di minuti il campanello trillò. Dalla sala arrivò il cinguettio entusiasta di Rita che accoglieva gli invitati, il sovrapporsi delle voci, e la risata di Gabriele – quella risata brillante, mondana, che con lei non usava mai.

Silvia si avvicinò alla finestra della sua stanza – “la tana”, come la definiva la suocera – e guardò la città che scivolava verso sera.

L’aria di ottobre si faceva più scura di minuto in minuto. Nelle finestre dei palazzi di fronte le luci si accendevano una dopo l’altra. Le venne un pensiero improvviso: quante donne, dietro quei vetri illuminati, si nascondevano come lei? Quante erano diventate invisibili dentro la propria casa?

Era cresciuta a Imola, in una famiglia semplice. Il padre operaio in fabbrica, la madre impiegata in biblioteca. Finito l’istituto tecnico si era trasferita a Roma, affittando una stanza in un quartiere periferico, e aveva trovato lavoro come receptionist in uno studio dentistico. Lì aveva conosciuto Gabriele. Era arrivato per una cura, aveva sorriso, scherzato, poi l’aveva invitata a prendere un caffè. Allora sembrava diverso. O forse era lei ad aver voluto vedere solo ciò che desiderava.

– Silvia, porta altro ghiaccio – risuonò la voce di Gabriele dal soggiorno, con il tono che si riserva al personale di servizio.

Prese il contenitore dal freezer e uscì. In salotto aleggiava un miscuglio di profumo costoso e cognac. I coniugi Fontana, una coppia distinta e non più giovane, sedevano composti al tavolo. Accanto a loro, Rita Puglisi brillava soddisfatta come una decorazione natalizia.

– Ah, ecco la nostra aiutante – commentò la suocera senza degnarla di uno sguardo. – Appoggia lì e poi sparisci.

La signora Fontana – Beatrice Coppola, una donna sulla sessantina dallo sguardo gelido – la squadrò da capo a piedi.

– E questa chi sarebbe? La nuova domestica?

Per un attimo l’aria parve ghiacciarsi. Silvia posò il contenitore del ghiaccio e sollevò gli occhi. Gabriele era assorto nel telefono. Rita sfoggiava un sorriso rigido.

– Ma no, Beatrice Coppola! È… una parente lontana. Ogni tanto ci dà una mano in casa.

Parente lontana. La moglie di suo figlio ridotta a una “parente lontana”.

Dentro di lei qualcosa scattò, quasi impercettibile ma netto. Sentì quel clic attraversarle il petto. Con calma si asciugò le mani nel grembiule, poi se lo sfilò. Lo piegò con attenzione e lo appoggiò sullo schienale di una sedia.

– Sono sua moglie – disse piano, ma con chiarezza. – La moglie di Gabriele. Da tre anni.

Rita balzò in piedi così bruscamente che una tazzina si rovesciò, macchiando la tovaglia.

– Come ti permetti?! Fuori di qui! Subito fuori dal soggiorno!

– No. – Silvia scosse il capo. – Non me ne vado. Sono stanca di nascondermi in casa mia.

Gabriele alzò finalmente lo sguardo dallo schermo. Sul volto aveva un misto di irritazione, smarrimento e qualcosa di più profondo: il timore dell’autorità materna.

– Silvia, non fare scenate. Torna in camera, ne parliamo dopo.

– Dopo? – rise lei, incredula. – Sono tre anni che viviamo di “dopo”. Quando mamma non sente, quando non ci sono ospiti, quando si sarà calmata… Io non aspetto più quel “dopo”.

I Fontana restavano seduti, attoniti; una piega così non se l’aspettavano. Il viso di Rita si era fatto paonazzo.

– Insolente! Ti ho accolto in casa per compassione! Ti ho mantenuta, vestita, e tu mi ripaghi così?

– Per compassione? – la voce di Silvia si fece più salda. – Sono entrata qui perché ho sposato suo figlio. E dal primo giorno lei ha fatto di tutto per farmi sentire una serva, non una persona di famiglia.

Andò nell’ingresso, afferrò la borsa e il cappotto. Le dita le tremavano di nuovo, ma questa volta non era soltanto paura: era qualcosa di più forte che stava finalmente prendendo forma dentro di lei.

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Amore o Soldi