Gli agenti gli furono addosso in un istante: lo spinsero contro la parete, gli bloccarono le braccia dietro la schiena e gli chiusero i polsi nelle manette.
Ilaria Bianco esplose in un grido isterico.
«Non potete portarvelo via così! Questa è casa sua!»
Per la prima volta da quando tutto era iniziato, Silvia Gatti la guardò con un sorriso appena accennato, freddo e quasi invisibile.
«No, Ilaria. Questa casa non è mai stata sua.»
Sergio Fontana infilò una mano nella cartella e ne estrasse un altro fascicolo. Lo aprì con calma, come se stesse aspettando da tempo proprio quel momento.
L’atto di proprietà riportava un solo nome: Silvia Gatti.
L’immobile era stato acquistato da lei tre anni prima che iniziasse la relazione con Alessandro Rinaldi, grazie ai proventi di un investimento fatto insieme a suo padre.
Roberta Sanna strappò i fogli dalle mani dell’avvocato, furibonda.
«È tutto falso! Mio figlio paga ogni cosa qui dentro!»
Sergio non si scompose.
«Suo figlio non paga nemmeno l’IMU, signora Sanna. E da questo momento la proprietaria revoca il permesso che vi consentiva di restare in questa abitazione.»
Ilaria rimase impietrita.
«Ci stai cacciando?»
Silvia non alzò la voce.
«Avete quindici minuti per prendere vestiti ed effetti personali. Solo ciò che potete dimostrare essere vostro.»
Due addetti alla sicurezza del complesso residenziale accompagnarono Roberta e Ilaria al piano superiore. Nessuna delle due osò protestare ancora.
Proprio allora, il cellulare di Alessandro, rimasto sul tavolo, cominciò a vibrare senza sosta.
Prima arrivarono le chiamate del consiglio di amministrazione.
Poi quelle dell’ufficio legale.
Subito dopo, un revisore esterno.
Infine comparve sullo schermo un numero che Alessandro conosceva fin troppo bene.
Quello dell’amministratore delegato.
Silvia abbassò lo sguardo sul display, ma non sfiorò il telefono.
Sergio le si avvicinò e parlò a bassa voce.
«I revisori hanno individuato i bonifici. Domani sarà convocato.»
Lei annuì appena.
«Me lo aspettavo.»
L’avvocato esitò un secondo, poi aggiunse:
«C’è anche un’altra novità. L’acquisto delle quote è stato perfezionato oggi pomeriggio.»
Silvia sollevò gli occhi verso di lui.
«A quanto siamo arrivati?»
«Cinquantatré per cento.»
Solo allora, per la prima volta in tutta quella sera, Silvia sorrise davvero.
Alessandro ancora non lo sapeva.
Era appena stato arrestato per aver picchiato la donna che, da poche ore, controllava la società in cui lui si era sempre creduto intoccabile.
E, comunque, quella non era nemmeno la notizia peggiore che avrebbe ricevuto la mattina seguente.
Alle sei del mattino Alessandro Rinaldi uscì dagli uffici della Procura.
La camicia era stropicciata, il volto grigio di stanchezza, la mascella contratta come se stesse mordendo rabbia e paura insieme.
Nei suoi confronti era stato emesso un ordine di protezione: non poteva avvicinarsi a Silvia, né cercare di contattarla in alcun modo.
Non aveva dormito neppure un minuto.
Il suo avvocato gli aveva spiegato, senza giri di parole, che il video dello schiaffo, i precedenti referti medici e il tentativo di aggredire Silvia con una sedia rendevano qualunque linea difensiva estremamente fragile.
E non era tutto.
Le autorità avevano ricevuto informazioni su possibili irregolarità patrimoniali collegate alla società per cui lavorava.
In quel momento, però, Alessandro riusciva a pensare a una sola cosa: conservare il suo posto.
Finché fosse rimasto direttore finanziario, avrebbe potuto pagare legali migliori, aiutare sua madre e sua sorella, guadagnare tempo. Forse, in qualche modo, avrebbe persino trovato il modo di trattare con Silvia.
Salì su un taxi e si fece portare a Torino.
Quando entrò nell’edificio aziendale, nessuno lo salutò.
Impiegati che fino al giorno prima si alzavano quasi in piedi al suo passaggio ora abbassavano lo sguardo o fingevano di controllare il telefono.
Due assistenti, dietro una parete di vetro, smisero di parlare appena lo videro, poi ripresero a bisbigliare tra loro.
Alla reception non gli consegnarono il solito badge dirigenziale. Gli diedero invece un tesserino provvisorio.
«Il suo accesso al piano direzionale è stato sospeso», disse l’addetta, senza guardarlo negli occhi. «La stanno aspettando in sala riunioni.»
Con lo stomaco chiuso in una morsa, Alessandro percorse il corridoio.
Quando aprì la porta, trovò già seduti l’amministratore delegato, due avvocati della società e il responsabile della revisione interna.
Nessuno gli offrì un caffè. Nessuno gli chiese come stesse.
«Alessandro», cominciò l’amministratore delegato, con tono asciutto, «ieri sera abbiamo ricevuto prove relative a un’aggressione fisica da lei commessa. Ma non è l’unico motivo per cui oggi siamo qui.»
Uno dei revisori accese il proiettore.
Sulla parete comparvero movimenti bancari, fatture, note spese.
Pagamenti a una clinica estetica.
Biglietti aerei.
Borse firmate.
La rata mensile dell’auto di Ilaria.
Tutto era passato attraverso conti operativi dell’azienda ed era stato registrato come spesa di rappresentanza.
Ad Alessandro mancò il fiato.
«Posso spiegare.»
Uno degli avvocati incrociò le mani sul tavolo.
«Allora ci spieghi anche le fatture alterate. E le firme digitalizzate utilizzate senza autorizzazione.»
Alessandro fissò la proiezione, immobile.
In quell’istante capì che non esisteva più una via d’uscita.
I documenti che Silvia aveva gettato nella pentola erano soltanto copie.
Gli originali digitali si trovavano da settimane sui server della revisione interna.
«Io… avevo intenzione di restituire tutto.»
Il responsabile della revisione lo guardò senza alcuna pietà.
«In diciotto mesi ha sottratto più di duecentomila euro.»
Alessandro scattò in piedi.
«La mia famiglia dipendeva da me!»
L’amministratore delegato lo fissò con disprezzo.
«Questo non trasforma il patrimonio aziendale nel suo conto personale.»
Le gambe cedettero.
Alessandro si lasciò cadere in ginocchio accanto al tavolo.
«Vi prego. Non licenziatemi. Datemi tempo. Firmo qualsiasi cosa. Vendo tutto quello che devo vendere.»
Nessuno rispose.
Poi la porta della sala si aprì.
Il rumore dei tacchi risuonò sul pavimento lucido.
Alessandro voltò la testa.
Silvia Gatti entrò nella stanza.
Indossava un completo pantalone color avorio, i capelli raccolti in modo impeccabile e una cartella stretta tra le mani.
Non aveva cercato di coprire con il trucco il livido sulla guancia.
Attraversò la sala senza fretta e si sedette a capotavola.
Alessandro sbatté le palpebre più volte, come se la sua presenza fosse un’allucinazione.
«Tu che cosa ci fai qui?»
L’amministratore delegato si alzò.
«La signora Silvia Gatti rappresenta il nuovo gruppo di maggioranza.»
Alessandro lasciò uscire una risata nervosa, spezzata.
«È impossibile.»
Silvia aprì la cartella e dispose alcuni documenti davanti a sé.
«Negli ultimi tre anni, tramite una società di investimento, ho acquistato quote da diversi soci di minoranza. Ieri l’operazione si è conclusa. Da oggi controlliamo il cinquantatré per cento.»
Alessandro la guardò come se vedesse davanti a sé una sconosciuta.
«Perché non me l’hai mai detto?»
Silvia sostenne il suo sguardo senza tremare.
«Perché tu non mi hai mai chiesto nulla del mio lavoro. Per te ero soltanto la donna che doveva tornare a casa e prepararti la cena.»
Il silenzio cadde nella sala, pesante come una condanna.
Dopo una pausa, Silvia riprese a parlare con una calma che feriva più di un’accusa.
