— Ti ricordi quella del turno scorso? Quella che ha partorito urlando come se il mondo intero le dovesse qualcosa.
Imprecava in un modo che nemmeno certi uomini arrivano a fare. Era davvero spiacevole da sentire.
— Sì, me la ricordo… Che è successo? — chiese Valentina quando la collega la chiamò.
— Non ci crederai: ha firmato il rifiuto. Ha lasciato il bambino ed è sparita… Una cosa vergognosa!
In quel momento l’autobus sobbalzò bruscamente e Valentina dovette stringere il telefono per non farselo scappare di mano.

Il pensiero corse subito a quella donna. Il parto, in realtà, non era stato particolarmente complicato, eppure lei si era comportata come se stesse vivendo una tragedia indicibile.
Quando poi le avevano detto che era nato un maschio, aveva perfino imprecato di nuovo, aggiungendo che, tutto sommato, era meglio così: nella vita, secondo lei, per un uomo sarebbe stato più facile.
Perché agli uomini va sempre meglio, sosteneva.
Valentina alzò gli occhi, ancora assorta, e si trovò davanti una donna robusta con un bambino al fianco. Il piccolo teneva stretto il bordo del suo cappotto.
Vestivano in modo semplice, ma con ordine. Il cappotto della donna era ampio, di un taglio un po’ antiquato.
All’inizio Valentina non si accorse che fosse incinta. Quando però lo capì, scattò immediatamente in piedi.
— Si accomodi, per favore.
Il bambino tirò la madre per la mano, le fece un cenno e la aiutò a sedersi. Poi si voltò verso Valentina.
— La mamma non sente. Grazie davvero.
A quelle parole, Valentina provò una stretta al cuore.
Pensò che forse non navigassero nell’oro e, senza esitare, prese dalla borsa una tavoletta di cioccolato. Ne teneva sempre una con sé: dopo i turni, a volte, le capitava di sentirsi improvvisamente senza forze.
— Graaaazie! — cantilenò il bambino, prendendo il dolce con cura e sorridendo. — Ma non pensi che siamo soli. Il papà c’è. Anche lui non sente e non parla, io invece sì!
Viviamo bene. E presto avrò una sorellina!
Lo disse con un entusiasmo così limpido che era impossibile non ricambiare il sorriso. Guardava la madre con fierezza, e lei lo osservava con una dolcezza piena d’amore.
— Hai una mamma splendida. La più bella di tutte — disse Valentina con sincerità. — Hai anche un papà, e tra poco arriverà una sorellina. Sei davvero un bambino ricco.
Lei rimase a guardarli, immersa nei propri pensieri.
Valentina rimase ancora qualche istante con lo sguardo perso, ripensando a quella scena piena di armonia. Esistevano davvero famiglie capaci di essere felici senza clamore, senza ostentazioni, semplicemente stando insieme.
Si accorse troppo tardi che l’autobus stava per arrivare alla sua fermata. Si riscosse di colpo. Il bambino le gridò qualcosa dal fondo, ma lei era già balzata giù all’ultimo secondo, mentre le porte si richiudevano alle sue spalle.
Nonostante tutto, arrivò in reparto puntuale.
Ad accoglierla fu subito Cecilia Bertolini, visibilmente agitata.
— Ti rendi conto? Quella “madre” ha pure un marito! — sbottò senza nemmeno salutarla. — E ha chiesto il divorzio prima ancora di partorire. Aveva già deciso tutto!
L’ostetrica era ancora scossa: era stata lei a telefonare all’alba.
— E il piccolo è un gioiello! Nove punti all’Apgar! Perfetto!
Valentina sospirò piano.
— Ormai è andata… Vieni, andiamo a vedere gli ultimi arrivati — propose con dolcezza.
Mentre camminavano lungo il corridoio, un pensiero le punse il cuore: perché per alcuni avere figli era semplice come respirare, mentre per altri — proprio quelli che li desideravano con tutta l’anima — restava un sogno irraggiungibile?
Cecilia, intuendo quel turbamento, le sfiorò la spalla con discrezione. Sapeva quanto quell’argomento fosse doloroso per lei.
Valentina era stata sposata anni prima. Poi lui se n’era andato: voleva dei bambini, e lei non poteva darglieli. Una malattia contratta da piccola aveva lasciato conseguenze irreversibili…
O forse non era stata solo quella la ragione. Forse, semplicemente, non l’aveva amata abbastanza.
Più tardi, nel corridoio del nido, Valentina vide l’uomo che era venuto per il neonato. Chiedeva informazioni su quando avrebbe potuto portarlo a casa. Era un tipo robusto, un po’ goffo nei movimenti, con un’aria smarrita che lo faceva sembrare lui stesso un ragazzo cresciuto troppo in fretta.
Cecilia si avvicinò a Valentina e mormorò:
— Vedi? Il padre è tutt’altra cosa rispetto a lei… Sembra una persona perbene. Semplice, sì, ma è qui per suo figlio. Fa domande, cerca di mostrarsi forte, anche se si vede che ha paura.
Quelle parole le diedero il coraggio di avvicinarsi.
— Se dovesse avere bisogno di chiarimenti, mi chiami pure — disse porgendogli un foglietto. — Sono Valentina, medico del reparto di neonatologia.
— Grazie… Roberto Martini — rispose lui con un cenno impacciato.
Proprio in quell’istante un’infermiera gli consegnò il fagottino. Roberto rimase interdetto, incerto perfino su come sistemare le mani per non far male al bambino.
Valentina provò una tenerezza improvvisa per quell’uomo spaesato.
— C’è qualcuno che possa aiutarla? — gli chiese con delicatezza.
Roberto abbassò lo sguardo per un istante, poi rispose a Valentina con voce ferma:
— No… I miei vivono ancora in paese. Non hanno mai accettato Alessia, dicevano che stavo sbagliando a sposarla.
Fece una pausa, come se certe ammissioni gli pesassero.
— Col tempo ho capito che forse avevano ragione… ma non dirò nulla. Me la caverò da solo. Ho chiesto un periodo di congedo, ho messo da parte un po’ di soldi. Alessia non ne sapeva niente.
Valentina lo osservò con rispetto sincero.
— Sta facendo il possibile. Domani passerà un’infermiera del consultorio a controllare il bambino. Non si senta abbandonato.
— Non sono preoccupato! — replicò lui stringendo il piccolo al petto, quasi a proteggerlo dal mondo.
Eppure, dietro quella sicurezza ostentata, nei suoi occhi tremava un’ombra d’ansia.
Per tutto il giorno Valentina non riuscì a scacciare il pensiero di loro due. Si chiedeva come stessero, se il neonato avesse dormito, se Roberto fosse riuscito a cavarsela tra pannolini e biberon.
Si sorprese ad ammirarlo. Non tutti avrebbero avuto il coraggio di affrontare la paternità in solitudine.
Per un attimo fu tentata di chiamarlo.
All’improvviso le tornò alla mente quel ragazzino incontrato tempo prima sull’autobus: lo stesso sguardo limpido, la stessa luce buona negli occhi. Quel bambino viveva in una famiglia modesta, con entrambi i genitori sordomuti, eppure emanava una felicità contagiosa.
Fu allora che Valentina pensò che la bontà non si misura in denaro: o abita nel cuore di una persona, oppure no.
Se avesse potuto avere un figlio suo… sarebbe stata felice anche lei.
Aveva scelto la neonatologia proprio per questo amore profondo verso i bambini. Ogni nascita, per lei, restava un piccolo miracolo.
Il turno stava finendo. Decise di comporre il numero di Roberto, ma il telefono squillò prima che potesse farlo.
— Valentina, sono Roberto… — disse lui con voce agitata. — Non so se si ricorda… avrà tanti casi come il mio…
In sottofondo si sentiva un pianto disperato.
— Roberto, mi dica. Che succede?
— Non vuole mangiare… continua a piangere… non so più che fare.
— Mi dia l’indirizzo. Sto per uscire dall’ospedale, passo io.
Mentre camminava verso casa sua, le riaffiorarono le parole del bambino dell’autobus: «Grazie! Lei è così gentile! Vedrà che avrà anche lei dei figli!»
«Figli… quali figli?» pensò, avvertendo dentro di sé un’insolita, tiepida emozione.
Si rimproverò per quella fantasia: semplice cortesia, nulla di più.
Arrivata davanti alla porta di Roberto, Valentina non ebbe nemmeno il tempo di premere il campanello.
La porta si spalancò all’improvviso: Roberto era già sull’uscio. Aveva l’aria smarrita, i capelli in disordine; il piccolo, paonazzo per il pianto, singhiozzava senza tregua.
— Dov’è il bagno? Devo lavarmi le mani — disse Valentina con prontezza, assumendo d’istinto il tono sicuro del medico.
Eppure, mentre parlava, avvertì che non era soltanto senso del dovere. C’era qualcosa di più intimo, di inatteso.
Non aveva mai preso in braccio un neonato privo della presenza della madre. Stringendolo a sé, ebbe la sensazione che, in quell’istante, quel fagottino indifeso appartenesse un poco anche a lei.
Con movimenti delicati ma esperti lo cambiò, lo pulì con cura, poi gli preparò il latte. Poco a poco il pianto si affievolì, finché il bambino si abbandonò al sonno contro il suo petto.
— Come fai? — mormorò Roberto, osservandola con un’ammirazione che non cercava di nascondere.
Il suo sguardo era colmo di stupore, quasi reverenziale.
— Ti andrebbe… di tornare ogni tanto? — azzardò lui, esitante. — Anche se immagino tu abbia una famiglia…
— Tornerò. Non c’è nessuno che mi aspetta a casa — rispose lei con semplicità.
Vide accendersi nei suoi occhi una luce nuova, fragile e luminosa insieme.
Da quel giorno Valentina passò quasi quotidianamente da loro. All’inizio si ripeteva che lo faceva solo per aiutare un padre in difficoltà. Ma, dentro, cominciava ad attendere quegli incontri con un’emozione che non voleva ancora nominare.
— Avete scelto il nome? — domandò un pomeriggio.
Roberto scosse la testa. — Non ho avuto nessuno con cui parlarne. Lo decidiamo insieme? E magari diamoci del tu.
Scelsero Luca: un nome semplice, caldo. Scoprirono che entrambi avevano avuto un nonno che si chiamava così.
Quando il divorzio fu ufficiale, Roberto le chiese di sposarlo senza grandi discorsi. Era la naturale conseguenza di ciò che già erano diventati: una famiglia.
Valentina, che per anni aveva sentito dire che non avrebbe mai avuto figli, si ritrovò finalmente felice. E il destino le riservò un’ulteriore sorpresa: qualche tempo dopo scoprì di essere incinta. Faticò a crederci, ripeté il test più volte, come se temesse un’illusione.
Oggi nella loro casa risuonano le voci di due bambini: Luca e la piccola Sofia.
A volte Valentina ripensa al ragazzino incontrato sull’autobus. Le piace immaginare che sia stato proprio il suo augurio, così puro e spontaneo, ad aprire la strada a quella felicità tanto attesa.
