«Allora facciamoci le foto con le persone “presentabili”» aveva concluso Antonio con un sorrisetto di sufficienza.
Mio padre, Enrico Lupi, che per tutta la vita aveva ingoiato rospi senza mai alzare la voce, avanzò di un passo. Nei suoi occhi comparve una luce dura che gli avevo visto raramente.
«Giovanotto,» disse con un tono improvvisamente tagliente, «questa festa l’abbiamo pagata noi. Fino all’ultimo euro. E se permetti, abbiamo il diritto di stare dove ci pare.»
Antonio perse il controllo. «Basta con questa storia dei soldi!» sbottò, il volto deformato dalla rabbia. «Ce lo rinfacciate in continuazione! Non vi va mai bene niente, sapete solo lamentarvi!»
Fece un passo brusco verso papà e lo spinse al petto con violenza. Le suole di cuoio scivolarono sul marmo lucido; per un attimo temetti che cadesse. Antonio alzò di nuovo il braccio per colpirlo ancora, ma papà gli afferrò il polso con una presa ferma, inattesa.
«Antonio, tesoro, non ti agitare per questa gente!» strillò Flaminia Bruno, perforando i miei genitori con uno sguardo carico di disprezzo. «Si infilano dove non sono invitati. Gente di campagna, zero educazione!»
Guardai l’uomo con cui avrei dovuto condividere ogni mattina della mia vita. Il suo viso contratto dall’ira. Sua madre, ebbra della propria arroganza. E poi i miei genitori, umiliati davanti a tutti, proprio nel giorno che avevano finanziato con sacrifici enormi.
Con lentezza mi sfilai l’anello dal dito. Il diamante catturò un raggio di sole e brillò un istante, poi scivolò lungo i gradini di marmo con un tintinnio secco, fermandosi tra le scarpe lucide degli invitati eleganti.
«Giulia, che stai facendo?» balbettò Antonio, cercando di avvicinarsi. «Raccoglilo subito. Ci stanno guardando tutti.»
«Che guardino pure.» La mia voce uscì calma, sorprendentemente ferma. «Magari smettete di mettere il naso nella mia vita.»
Mi voltai verso il direttore del ristorante, che assisteva alla scena dalla soglia con un’espressione tra lo stupito e l’imbarazzato.
«Buongiorno. Il ricevimento è stato saldato a nome di mio padre, corretto?»
L’uomo annuì, incerto. «Sì, signorina. Il pagamento risulta interamente effettuato dal signor Lupi.»
«Perfetto. Allora il ricevimento è annullato. Il matrimonio non si farà.»
Un brusio incredulo attraversò il gruppo degli invitati. Flaminia rimase a bocca aperta, il trucco impeccabile che non riusciva più a mascherare lo shock.
«Annullato? Ma sei impazzita?» gridò, perdendo ogni compostezza. «Ci sono portate costosissime! Lo storione ripieno, i secondi, i vassoi di antipasti! Sono arrivati ospiti importanti!»
«Gli ospiti importanti possono trovare una trattoria qui vicino,» replicai senza alzare il tono. Poi tornai a rivolgermi al direttore. «Tutto ciò che è stato preparato — affettati, pesce, piatti caldi, formaggi, bevande ancora chiuse — venga confezionato in contenitori da asporto. Avete un’ora. Mio padre ha pagato, quindi ritiriamo ciò che è nostro.»
«Sei fuori di testa!» Antonio tentò di afferrarmi per il braccio, ma papà gli si piazzò davanti.
«Togli le mani,» disse con voce bassa e pericolosa. «E non ti avvicinare più a mia figlia.»
«Non potete farlo! È un furto!» sbraitò Flaminia, agitando la borsetta. «È la nostra festa!»
«La festa è di chi la paga, Flaminia Bruno,» risposi. «E per l’anticipo avete faticato non poco, se ben ricordo. Zio Sergio!» chiamai ad alta voce mio zio Sergio Ferrara, fratello di mamma, che lavorava come trasportatore di mobili ed era venuto alla cerimonia direttamente con il suo furgone da lavoro. «Porta il mezzo all’ingresso sul retro della cucina. Abbiamo delle cose da caricare.»
