Ruggero Marino si aggiustò sulla sedia, intrecciò le dita sul tavolo e riprese il filo del suo ricordo.
— Nel nostro deposito — cominciò — lavorava un meccanico, uno che si faceva chiamare Dario Basile. Tipo ambizioso, ma più attento all’apparenza che alla sostanza. Aveva questa smania di mostrarsi “arrivato”, di far credere a tutti che fosse un pezzo grosso. Un giorno si presentò con un SUV di fascia alta, usato ma lucidato come uno specchio. Lo aveva preso con un finanziamento mostruoso, rate da capogiro. Peccato che, dopo aver firmato, non gli fosse rimasto un euro per la benzina, né tantomeno per le gomme invernali.
Sorrise sotto i baffi.
— Per tutto l’inverno girò con pneumatici estivi lisci come sapone. Scivolava per le strade come una mucca sul ghiaccio. Finché, alla prima nevicata seria, perse il controllo e finì in retromarcia contro un cassonetto di ferro davanti al municipio. Rimase lì, impettito dentro la sua macchina “di prestigio”, circondato da bucce di patate e sacchetti strappati. Ecco cosa sono i fronzoli, Arianna: scarpe da bancarella. Brillano in vetrina, ma poi ti massacrano i piedi. Bisogna vivere secondo le proprie possibilità, non recitare la parte della gran dama con i soldi degli altri.
Arianna Mariani lo fulminò con lo sguardo. Le labbra le tremavano per l’indignazione.
— Nessuno le ha chiesto un parere, Ruggero! — sbottò. — Se ne stia fuori, questa è una questione di famiglia!
Fu allora che Simone Ferrara si alzò in piedi. Non fece rumore, ma l’aria cambiò. I suoi movimenti erano essenziali, controllati; la voce, quando parlò, aveva la freddezza dell’acciaio.
— Basta così, mamma. — La fissò senza esitazioni. — Entri in casa mia senza avvisare. Pretendi di mettere le mani nel portafoglio di mia moglie. Ci chiedi soldi per gioielli, raccontando malattie fantasiose. E provi perfino a rifilarci quella storia della casa in campagna, che sai benissimo essere destinata all’esproprio per l’ampliamento della statale. La porta è in fondo al corridoio.
— Simone! — strillò Arianna, cambiando tono all’istante, trasformandosi nella vittima oltraggiata. — Cacci tua madre, malata, per colpa di questa donna avida e calcolatrice?
— Sto difendendo la mia famiglia da un ricatto meschino — replicò lui, con calma tagliente. — Lascia le chiavi dell’appartamento sul mobile dell’ingresso. Subito. E non voglio più sentire richieste di denaro che non ti appartiene.
Per un attimo Arianna rimase immobile. Poi comprese che la messinscena era crollata. Scattò in piedi, fece cadere il mazzo di chiavi con un tonfo sul tavolo e si avviò verso l’uscita, borbottando imprecazioni.
— Ve ne pentirete amaramente! — gridò mentre infilava gli stivali con gesti rabbiosi. — Scriverò immediatamente nel gruppo di famiglia! Tutti sapranno che razza di egoisti siete, come trattate una madre malata!
La porta d’ingresso si chiuse con violenza, lasciando dietro di sé un silenzio finalmente respirabile.
Mi avvicinai ai fornelli per rimettere l’acqua sul fuoco. Dentro di me non c’era rabbia, né amarezza. Solo una stanchezza leggera, e una limpida consapevolezza.
— Vede, Ruggero — dissi voltandomi verso di lui — il rispetto non si compra in gioielleria e non arriva con un bonifico. Neppure il prestigio. Il vero valore sta nel non dover frugare nelle tasche altrui per sentirsi importanti. Chi ha cervello costruisce la propria dignità con azioni oneste. Chi non ne ha si aggrappa a collanine e bracciali, convinto che l’invidia del vicino sia sinonimo di successo.
Ruggero annuì, soddisfatto.
— Parole sante, ragazza mia. Però il gruppo di famiglia… lì sono veloci a giudicare. Vi daranno addosso senza pensarci due volte.
Scrollai le spalle, con un mezzo sorriso. Sapevo che la verità era dalla nostra parte, e che i fatti, prima o poi, emergono sempre.
Quindici minuti dopo, il mio telefono vibrò con insistenza. Nel grande gruppo “Parenti Uniti”, dove erano iscritti almeno una trentina tra zii, cugini e affini vari, campeggiava già un messaggio lunghissimo, intriso di toni drammatici e degno della miglior tragedia teatrale.
