Chiara infilò i piedi nelle scarpe da ginnastica senza neppure perdere tempo ad annodare i lacci. Raccolse la borsa di tela — leggera, quasi vuota — e tastò all’interno per assicurarsi che il passaporto e i documenti fossero lì. Poi si voltò verso Raffaele Lombardi.
«E lei? Non può restare qui da solo…»
L’uomo socchiuse la porta e scrutò il corridoio, tendendo l’orecchio come se temesse di cogliere un rumore improvviso.
«Seguimi. E fai piano. Evita i gradini che scricchiolano.»
Attraversarono la scala di servizio, quella nascosta che durante i preparativi del matrimonio era stata usata dalla servitù per non farsi vedere dagli ospiti. I loro passi erano rapidi ma cauti. In fondo, oltre una porta stretta, li accolse un ripostiglio immerso nell’ombra, dove aleggiava un odore di mele conservate e legno umido.
Raffaele spostò con fatica un pesante sacco di patate e liberò una porticina bassa. Oltre si intravedeva il profilo della serra e, più in là, le file ordinate dell’orto.
«Vai dritta e non fermarti,» mormorò. «Non cambiare direzione per nessun motivo. Superato il cancello troverai una strada sterrata e poi i campi. Lì ti aspetta un uomo con un’auto. Si chiama Sergio Sorrentino. Ti porterà dove nessuno potrà trovarti.»
«Raffaele Lombardi…» Chiara lo afferrò per la manica, accorgendosi che le dita le tremavano senza controllo. «Che cosa sta succedendo? Chi sono quelli che sono entrati in casa? E Gabriele… dov’è Gabriele?»
Nel silenzio fitto del magazzino, la risposta sembrò pesare nell’aria prima ancora di essere pronunciata.
