Aprì il cassetto e vi rovesciò sopra una mazzetta di banconote stretta da un elastico bancario. Subito dopo ne posò un’altra, poi una terza. Alla fine furono otto, ammucchiate in modo irregolare sul piano della scrivania. Solo allora Raffaele Lombardi si voltò verso Chiara Fontana. Lo sguardo che le rivolse era così duro e insolito che lei sentì un brivido gelido scenderle lungo la schiena.
«Vestiti. Subito.» La sua voce era bassa, ma aveva il tono di chi parla a qualcuno sospeso sul bordo di un precipizio. «Jeans, giacca, scarpe da ginnastica. Trovi tutto nell’armadio, ripiano in basso. Muoviti.»
«Non capisco cosa stia succedendo…»
«Non c’è tempo per spiegazioni.» Scostò appena la tenda, di pochi millimetri, e scrutò il giardino immerso nel buio. «Prendi i soldi. I documenti sono nella borsa sulla sedia. Esci dal retro, attraversa l’orto e raggiungi il cancello in fondo. Lì qualcuno ti aspetta.»
Dal cortile arrivò un rumore improvviso: ghiaia schiacciata sotto le ruote, motori accesi. Non uno solo, ma diversi. Raffaele si ritrasse dalla finestra; i muscoli della mascella gli si contrassero con violenza.
«Chi è? E dov’è Gabriele?» riuscì a chiedere lei.
«Corri, ragazza, corri.» Quelle parole, pronunciate senza alzare la voce, la zittirono all’istante. «Sono già qui. Se non fai esattamente quello che ti dico, stanotte non uscirai viva da questa casa. Ti fidi di me?»
Chiara fissò i suoi occhi chiari, screziati di rosso, così simili a quelli di Gabriele. Dentro vi lesse una paura più grande della propria, un terrore trattenuto a fatica da quell’uomo non più giovane.
«Non per me… per lei. Mi fido», sussurrò.
Lasciò cadere la vestaglia e si precipitò verso l’armadio. I jeans le calzavano sorprendentemente bene; la giacca, invece, era un po’ larga, evidentemente non sua, e impregnava l’aria di un odore misto di tabacco e officina.
