— Basta! — esplose Riccardo Ferretti, con la voce incrinata dalla rabbia. — Hai mandato tutto all’aria! Devi sempre intrometterti in questioni che non ti riguardano!
Il giudice batté il martelletto per richiamare l’ordine, ma ormai l’uomo aveva perso ogni freno.
— Cosa ne sapete voi? — gridò rivolgendosi all’aula. — Ho passato la vita all’ombra di quella perfettina! La figlia modello per mamma, l’orgoglio di papà! E io? Io ero quello che non combinava nulla, il fallito di casa!
— Sei stato tu a scegliere la tua strada — rispose Chiara Ferrara con un filo di voce, senza alzare lo sguardo.
— Scegliere? Quale scelta? — ribatté lui con una risata amara. — Da quando eravamo bambini mi sentivo dire che non ero alla tua altezza. Che tu meritavi l’università, le opportunità, i corsi migliori… e io no. Che con le mie mani maldestre non sarei arrivato lontano!
— Non è vero, Riccardo — singhiozzò Marta Fontana. — Vi abbiamo amati allo stesso modo…
— Allo stesso modo? — la interruppe lui, con sarcasmo tagliente. — A Chiara ripetizioni, viaggi studio, concorsi. A me solo prediche: “Non perdere tempo, tanto non ce la farai”.
Nell’aula calò un silenzio pesante. Chiara osservò il fratello e, per la prima volta, dietro l’arrivista calcolatore intravide un uomo devastato dai propri complessi, consumato dall’invidia e dal confronto continuo.
— Riccardo — disse con calma — non ti ho mai considerato inferiore. Sei stato tu a costruire il muro che ci ha divisi.
— Non osare compatirmi! — ringhiò lui. — Non ho bisogno della tua pietà!
La sentenza arrivò qualche settimana dopo: tre anni di libertà vigilata per truffa, una multa consistente e l’obbligo di restituire ogni euro sottratto con l’inganno. L’azienda venne sciolta e i fondi recuperati furono destinati a risarcire le vittime. Marta, per via dell’età e delle condizioni di salute, evitò conseguenze penali, ma dovette comunque contribuire economicamente ai rimborsi.
All’uscita dal tribunale, Chiara inspirò a fondo. L’aria le sembrò sorprendentemente limpida, quasi nuova. Sul telefono trovò un messaggio di Fiammetta Lupi: «Grazie, cara. Mi hai fatto credere di nuovo nella giustizia».
Poco dopo le si avvicinò la madre. In pochi mesi era invecchiata di anni: capelli quasi bianchi, occhiaie profonde, lo sguardo stanco.
— Chiara… — mormorò esitante.
— Ti aiuterò con i pagamenti — la anticipò lei. — E cercheremo uno specialista per te. Non puoi affrontare tutto da sola.
Marta scosse la testa. — Non parlavo di questo. Volevo chiederti perdono. Per non aver visto ciò che era evidente. Per aver lasciato che Riccardo… per non averti difesa quando ne avevi più bisogno.
Chiara la strinse forte. La madre tremava, poi scoppiò in lacrime.
— Ho perso mio figlio — singhiozzò. — Mi ha detto che non vuole più vedermi. Che l’ho tradito perché non l’ho difeso in aula…
— Tornerà — sussurrò Chiara, pur senza esserne certa. — Gli serve tempo.
Rimasero abbracciate in mezzo al viavai della città, unite da un legame fatto di sangue e di ferite, tentando di ricomporre ciò che restava della loro famiglia.
Passò un anno.
Chiara sedeva in un piccolo bar vicino alla stazione di Genova, aspettando un treno proveniente da Bologna. Davanti a lei due tazze: una con il suo tè verde fumante, l’altra vuota.
La porta si aprì lasciando entrare un soffio d’aria fredda. Un uomo in cappotto consunto e con una borsa sportiva sulla spalla entrò con passo incerto. Per un attimo Chiara non lo riconobbe: Riccardo era dimagrito, il volto scavato, qualche filo grigio tra i capelli.
Si fermò accanto al tavolino. — Grazie per aver accettato di vedermi — disse piano.
— Siediti. Vuoi qualcosa?
— Un caffè nero.
Dopo aver ordinato, Chiara tornò a guardarlo. — Come stai?
Lui abbozzò un sorriso stanco. — Faccio il carico e scarico al porto. Vivo in una stanza in affitto. E… sono sei mesi che non tocco alcol.
— È un passo importante.
— Non prendermi in giro.
— Non lo farei mai.
La cameriera portò il caffè. Riccardo avvolse la tazza con entrambe le mani, come per scaldarsi.
— Ho avuto tempo per pensare — ammise fissando il liquido scuro. — A come ho distrutto tutto. A come ho lasciato che rancore e gelosia decidessero per me. Sono diventato qualcuno che disprezzo.
Chiara rimase in silenzio, lasciandogli spazio.
— Sai qual è la cosa peggiore? — continuò lui. — Credevo davvero di avere diritto a tutto. Ai tuoi soldi, all’aiuto di mamma, ai risparmi degli altri. Pensavo che il mondo mi dovesse qualcosa.
Lei ascoltava senza interrompere, senza affrettarsi a consolarlo. Il dolore era stato troppo profondo per cancellarlo con poche parole.
— Non pretendo il tuo perdono — concluse. — Volevo solo dirti che ho capito. Anche se tardi.
Finì il caffè e si alzò. — Il mio treno parte tra mezz’ora.
— Abbi cura di te, Riccardo.
Uscì senza voltarsi. Dalla finestra Chiara lo osservò attraversare la piazza, piegato sotto il peso della borsa e delle proprie colpe.
Forse un giorno sarebbero riusciti a ritrovarsi davvero, senza menzogne né ricatti emotivi. Ma quel tempo non era ancora arrivato. Per ora le bastava aver riconquistato la propria libertà, vivere senza farsi carico delle scelte sbagliate altrui.
Pagò il conto e si incamminò verso casa. L’attendeva una serata normale: lavoro da terminare, un incontro con un’amica, qualche pagina di un romanzo prima di dormire. Una vita semplice, limpida, finalmente sua.
