Senza aggiungere altro, Elena Gatti si voltò verso l’armadio, lo aprì e ne estrasse una cartellina spessa, gonfia di documenti. Le dita non le tremavano affatto; anzi, si muovevano con una calma quasi sorprendente.
— Fuori da qui! — strillò Flaminia Rizzo, con la voce incrinata dall’ira. — Questa è la casa di mio figlio, ho tutto il diritto di…
— No. — Elena posò con decisione il contratto sulla credenza. — Qui ci sono gli atti. Ho acquistato questo appartamento prima del matrimonio, con i miei risparmi.
Non alzò il tono, ma ogni parola cadde nella stanza come un colpo secco, netto.
— Perciò adesso sarà lei ad andarsene. Subito.
Flaminia afferrò i fogli con mani tremanti e li scorse in fretta. Più avanzava nella lettura, più il suo volto perdeva colore, fino a diventare livido.
— Davide! — urlò all’improvviso. — Davide, vieni immediatamente!
— Davide è al lavoro. E quando tornerà, parleremo con calma anche con lui.
— Sei tu che stai distruggendo questa famiglia! Vuoi mettere mio figlio contro sua madre!
— Sto difendendo la mia famiglia da chi, per tre anni, ha trattato la nostra casa come se fosse una sua proprietà personale.
Flaminia iniziò a camminare nervosamente tra le pareti azzurre del soggiorno — quelle che aveva scelto lei, come tante altre cose imposte in nome della sua “premura”.
— Mio figlio non mi abbandonerà mai! Sono sua madre!
— E io sono sua moglie. E la madre di suo figlio. — Elena si avvicinò alla finestra, inspirando a fondo. — Vedremo chi sceglierà di ascoltare.
— Ma chi credi di essere?!
— Nessuno di speciale. Ho solo capito troppo tardi che il silenzio viene scambiato per consenso.
Si girò di nuovo verso di lei.
— Per tre anni mi sono ripetuta che avrei resistito, che col tempo si sarebbe calmata. Ma lei non si abitua: lei conquista.
— Io volevo soltanto il vostro bene!
— No. Lei voleva comandare. E ci è riuscita finché io sono rimasta zitta.
Un’ora più tardi Davide Marchetti rientrò. In cucina trovò sua madre seduta, gli occhi arrossati; in salotto, Elena lo attendeva con i documenti stretti tra le mani.
— Che succede? — domandò, guardando prima una e poi l’altra, disorientato.
— Tua moglie è impazzita! — sbottò Flaminia, balzando in piedi. — Mi vuole cacciare! Mi minaccia!
— Elena?
— Ho semplicemente chiarito chi decide in questa casa — rispose lei con tono fermo. — Ho fissato dei limiti.
— Limiti? Quali limiti?
— I più elementari. Non entrare senza invito. Non dare ordini in un’abitazione che non è la propria. Non trasformare la stanza di nostro figlio senza il consenso dei genitori.
Davide rimase in silenzio, lo sguardo che oscillava tra la madre e la moglie.
— Davide, dì qualcosa! — lo supplicò Flaminia, aggrappandosi al suo braccio. — Sono tua madre! Ho il diritto di…
— Di cosa? — Elena gli porse il contratto. — Di cosa avrebbe diritto, esattamente, in casa mia?
