— Sparisci da casa mia! — urlò la suocera tra quelle mura che appartenevano a me. Non immaginava, però, che alla fine sarebbe stata proprio lei la prima a essere messa alla porta.
Elena Gatti stava piegando con cura minuscole tutine quando sentì la chiave girare nella serratura. Il cuore le fece un balzo. Davide Marchetti era al lavoro, e l’unica copia di riserva era nelle mani di Flaminia Rizzo, “solo per le emergenze”. Peccato che, per Flaminia, ogni giorno feriale rappresentasse un caso urgente.
— Elenuccia! Dove ti sei cacciata?
Elena uscì nel corridoio, sistemando il maglione che ormai le aderiva al ventre arrotondato. Flaminia era già dentro, carica di borse del ferramenta, e si stava sfilando il cappotto come se fosse a casa propria.
— Buonasera, Flaminia Rizzo.

— Buonasera? È quasi notte — brontolò l’altra, avanzando verso il soggiorno e scrutando ogni angolo con aria ispettiva. — Sei rimasta di nuovo tutto il giorno senza fare nulla? Ai miei tempi si lavorava fino all’ultimo respiro!
In tre anni Elena aveva imparato una regola semplice: annuire era più facile che discutere. Vivevano per conto loro, dopotutto. Che importanza poteva avere l’opinione della suocera?
— Ho portato la vernice — annunciò Flaminia, rovesciando le latte sul divano. — Azzurra. Una tinta seria, non quell’orrendo giallo che avete scelto voi.
Elena fissò i barattoli. Lei e Davide avevano passato due settimane a confrontare campioni, immaginando la cameretta, parlando del futuro…
— Ma abbiamo già tinteggiato…
— E allora? Si rifà — tagliò corto la suocera, dirigendosi con decisione verso la stanza del bambino. — Un maschio ha bisogno di un colore da maschio, non di quella via di mezzo indefinita.
Entrò, si piantò al centro con le braccia conserte, come un generale in sopralluogo.
— Orribile. La culla davanti alla finestra è un errore! E quelle tende con i coniglietti… Ma per favore. È una nursery o un cartone animato?
— A noi piacciono…
— A me no. E nemmeno a mio nipote piaceranno. — Afferrò la stoffa con espressione disgustata. — Domani cambiamo tutto.
Elena rimase in silenzio, come sempre. Dentro di lei il bambino scalciò, quasi a protestare contro quell’invasione improvvisa del suo piccolo regno.
Davide rientrò tardi. Lei lo aspettava in cucina; le latte di vernice troneggiavano sul tavolo come trofei di conquista.
— È venuta tua madre?
— Sì. Ha deciso che la cameretta va rifatta da capo.
Davide si massaggiò il ponte del naso, gesto che tradiva nervosismo ogni volta che si parlava di Flaminia.
— Forse l’azzurro non è una cattiva idea…
Elena lo guardò incredula.
— Ma il giallo l’abbiamo scelto insieme noi due.
